Fa discutere il commento tecnico di Daniele Adani per la Rai in occasione di Inghilterra-Argentina, semifinale dei Mondiali di calcio. I social si sono divisi, tra chi apprezza la passione dell’ex calciatore del Brescia, e chi invece ne discute lessico e modi. Pubblichiamo di seguito due punti di vista divergenti sul tema. Il dibattito ha preso piede anche in redazione al Giornale di Brescia, dando vita a due fazioni di fatto «opposte»: c’è chi chiede passione e chi mette al primo posto la professionalità.
Bene le urla, ma solo quando serve
(di Luca Chiarini)
Il vero difetto che attribuisco alle reazioni sguaiate di Adani è che entrambe, con intensità crescente, hanno spostato l’attenzione su chi le produceva, anziché accompagnare il racconto di uno dei finali più epici della storia dei Mondiali. Più dell’avanspettacolo, del «macchiettismo», è l’aspetto che ho trovato più inopportuno. Perché ha dissolto, in un momento così alto, un patto antico e non scritto tra telecronista (o commento tecnico, in questo caso) e telespettatore: il primo deve restituire al secondo il pathos e l’atmosfera che avvolgono l’evento, senza diventarne protagonista. Adani, forse anche senza malizia, l’ha fatto.
È un peccato, però, che tutto ciò si sia trasformato in un pretesto per demonizzare una certa classe di voci narranti del calcio (o dello sport in generale). Rispettabilissimo il pensiero di chi invoca un racconto didascalico, asciutto, quasi privo d’emozioni. Io credo invece che il commento di una partita non possa prescindere dalla passione, dall’energia che attraversa il pubblico.
È chiaro che la competenza vinca su tutto, nella gerarchia dei requisiti richiesti a un buon telecronista: chi mi racconta un gesto tecnico deve sapermelo descrivere con puntualità e dovizia di dettagli, la mossa tattica di questo o quell’allenatore non può sfuggire all’attenzione di chi siede in cabina di commento. Però c’è dell’altro, non meno importante. Se non sono allo stadio, desidero che chi ha questo privilegio ne condivida un frammento con me. E questo non può che passare da una cronaca più colorita, appassionata. Anche urlata, quando serve. Apprezzo pure qualche divagazione, se il momento lo concede e l’excursus è gradevole in quel contesto. Andrea Marinozzi, per me il migliore su piazza, è eccezionale nell’alternare toni e registri. Preparato, clinico, ma non per questo ingessato. Quindi «Adani, si contenga» non si trasformi nell’apologia di un racconto senz’anima. L’essenza dello sport è un’altra. Chi lo racconta in tv ha il potere di propagarla: non togliamoglielo. Semmai contribuiamo a ricordare il valore di quel patto.
Essere passionali non ci rende geniali
(di Stefano Zanotti)
Sui social ho sentito qualcuno dire che non tutto può essere epica. E sono completamente d’accordo. Dunque non tutto può essere narrato come qualcosa di eroico e leggendario. Altrimenti di eroico e leggendario non c’è più nulla. Per l’amor del cielo, qualcuno potrebbe pure dire che un gol agli ottavi di un mondiale sia qualcosa di eccezionale. Non mi convince, ma lo accetto. Però credo che qui sia necessario fare un passo oltre. Le telecronache servono per accompagnare l’evento, non per sostituirlo. Il ruolo dei giornalisti – e anche di chi sta loro accanto in tribuna stampa – non è da protagonisti. Quello spetta alla notizia. Spetta alla partita.
E con questo non voglio dire che un telecronista non ci debba mettere passione, per carità. Piuttosto che non si dimentichi qual è il suo ruolo quando indossa le cuffie e si siede davanti a un microfono. Mi piace l’esaltazione dell’emozione, ma se guardo una partita vorrei che il telecronista dicesse giusti i nomi dei calciatori, che usasse il ritmo adatto, che snocciolasse le statistiche al momento giusto. E vorrei che al commento tecnico ci fosse chi mi dica perché l’allenatore ha cambiato modulo in corsa e perché quella giocata sulla trequarti è stata sbagliata. Insomma, vorrei prima di tutto professionalità. Ah sì, vorrei anche imparzialità, perché è quello che il ruolo impone. Da un professionista me l’aspetto. Insomma, meno cose ma fatte bene.
E per favore, non nascondiamoci dietro la bellezza del sentimento. Proprio quello dovrebbe essere imparziale. Proprio quello – come disse De André per le canzoni di Sanremo – non dovrebbe essere argomento di competizione. Dunque lasciamo che ognuno si goda le proprie emozioni (non solo quelle argentine) e torniamo a parlare di quello che è davvero argomento di competizione: la partita.
E poi c’è da marcare la differenza: essere passionali non ci rende geniali. E dunque la distanza che va dal Barrilete cósmico alla retorica spiccia rimane ancora molto ampia.





