Chi è, chi non è, come viene percepito e chi si crede di essere Daniele Adani? Non c’è una definizione che possa catturarlo a pieno. O lo ami o lo odi, con lui o contro di lui, di qua o di là: è come se fosse la riproduzione vivente delle dinamiche social, quelle che prescrivono una scelta netta e che non conoscono la scala dei grigi, le sfumature. Ha l’età dei boomer, 52 appena compiuti, ma ha un pubblico di amatori e odiatori altamente trasversale, intergenerazionale. Vuoi non vuoi – lui certamente vuole – un giorno sì e l’altro anche, Lele Adani si ritrova tra i casi del giorno: quelli che come nascono muoiono, quelli dei quali passato il momento traccia non ne resta più.
Ma il Mondiale non è ancora passato e, soprattutto, al Mondiale in finale c’è l’Argentina. E l’occasione per un ritrattone dell’ex difensore e ora commentatore – talent, si dice tecnicamente – sono proprio i toni smodati – per chi lo attacca – o epici – per chi lo difende – che ha utilizzato in particolare per accompagnare i due gol coi quali la Seleccion ha ribaltato l’Inghilterra in semifinale. Il tutto, con un linguaggio zeppo di frasi, eufemisticamente, immaginifiche.
Un pugno nelle… orecchie per i telespettatori tradizionalisti della Rai, un contrasto pazzesco rispetto allo stile sobrio e misurato del telecronista Alberto Rimedio. Ma il commento dei gol della semifinale di Usa 2026, è stata solo la punta dell’iceberg di tutta una serie di precedenti uscite fuori misura sugli stessi canali pubblici.
Lele, l’uomo dagli addii burrascosi

Non sono niente di nuovo le esondazioni verbali di Adani, uomo di rottura. In tutti i sensi e in tutti gli ambiti. Televisivamente, a esempio, dopo gli esordi nei panni di «spalla tecnica» a Sportitalia durante le partite del campionato sudamericano – il suo «Dio d’amore» – Adani approdò a Sky dove, tra un commento al vetriolo e un altro, entrò in rotta di collisione con Max Allegri, allora allenatore della Juventus.
Qualcosa a un certo punto accadde e l’ex difensore lasciò la tv satellitare in aperta polemica. Nel frattempo, insieme a Vieri, Ventola e Cassano, diede vita e lustro, fino a farla diventare un fenomeno mediatico declinato sui nuovi mezzi, alla «Bobo tv». Un successone: mietuto a suon di straordinari ospiti (vi partecipò anche Guardiola), linguaggi coloriti e commenti in libertà. Fu un periodo d’oro: i quattro incisero anche una canzone: «Vita da bomber».
Poi, anche lì, a un certo punto qualcosa si ruppe nel rapporto tra i quattro: finì con Bobo da una parte e col trio Adani-Ventola-Cassano dall’altra. Stracci che volarono e che, ogni tanto, ancora volano. Per ragioni economiche, pare. Qua e là, nel tempo, Adani non ha mancato di sollevare altri polveroni social in altra maniera tra pillole polemiche uscite dal format inaugurato con i due fuoriusciti di cui sopra «Viva el futbol» o da alcune interviste. A Pasquetta, ad esempio, tenne banco un dissing vero e proprio – da un profilo social all’altro – con Gigi Cagni accusato dal primo di essere difensivista. «Oggi, mi dispiace dirvelo, ci sono ancora tanti Cagni, tanti allenatori che la pensano come Cagni» disse Adani scatenando la dura reazione del tecnico bresciano.
Fin qui le «intemperanze» mediatiche di Adani che, appunto, prima di diventare personaggio e di trasformare il suo amore per il calcio sudamericano nel modo di distinguersi correndo il rischio di ridursi a macchietta, è stato giocatore – difensore – di buon livello. Riuscendo anche ad arrivare a indossare la maglia della Nazionale.
Le due «vite» in biancazzurro
Ha giocato – tra le altre, ma non solo – nella Lazio, nell’Inter, nella Fiorentina e, soprattutto, nel Brescia. In due periodi diversi e fu come avere a che fare anche con due Adani completamente diversi. Il primo era quello che, ragazzino di 20 anni, esordì nel campionato di serie A 1994-1995. Per lui 30 presenze nella stagione che tuttavia vide il Brescia retrocedere in serie B.

Lele restò 4 anni con tre annate tra i cadetti e una di nuovo in serie A. Arrivando anche a indossare la fascia da capitano e trovando pure la gioia del suo primo gol nella massima serie. Dal Brescia passò alla Fiorentina per poi tornare a chiudere il cerchio con le rondinelle nella stagione di serie A, la prima dopo il quadriennio magico di Roberto Baggio, targata 2004-2005. Quello che rientrò alla base biancazzurra era però un Lele, come detto, quasi sconosciuto. Era un Adani filosofico, quasi mistico viene da definirlo oggi. Che si ripresentò nei panni di uomo anti sistema, impegnato a combattere le brutture e le derive del calcio. «Nelle persone ricerco purezza», ci diceva. Un modo di fare e di essere che in squadra si trovò a condividere con un ancora giovanissimo Roberto Guana.

In rosa c’era poi l’argentino Matias Almeyda. «Mio fratello» lo definiva Adani che raccontò che fu proprio la vicinanza ad Almeyda e una visita a casa sua in Sudamerica in un periodo in cui il centrocampista stava vivendo un momento difficile, a farlo innamorare dell’albiceleste (anche se pure l’Uruguay si prende un posto speciale nel suo cuore). Non fu una bella parentesi quella di Almeyda al Brescia: tanto che già a novembre, dopo aver capito – disse di non essere apprezzato dai tifosi – se ne andò. Fu una delusione per tutti e un colpo per Adani. Che oltretutto non riuscì a trovare un feeling col tecnico che poi sarebbe stato esonerato, Gianni De Biasi. Che in una intervista arrivò addirittura a definire Lele «deleterio per la causa». Poi tutto, almeno all’apparenza, rientrò. E a ogni modo in panchina arrivò Alberto Cavasin. Non arrivò però la quiete sul campo e nei risultati, sempre negativi.
La contestazione e la «fuga» con Guana in Emilia
Via veloci, fino a inizio marzo. Ospitaletto, ora di pranzo. Squadra in campo per l’allenamento. Una ventina di tifosi scavalcano la recinzione dello stadio e interrompono la seduta. Va in onda una brutta contestazione e mentre Sculli viene preso a esempio, Adani viene attaccato. Ce n’è anche per Guana. Volano accuse e parole, presente anche Gino Corioni. Il tutto all’approssimarsi della partita, delicatissima, contro il Siena. Per la quale i due non vengono convocati. «Scelta mia», dirà Cavasin. Frattanto si consuma però l’inizio della fine. Forse la madre di tutte le rotture nella carriera di Adani. Lele e Guana lasciano Brescia, fanno quasi perdere le loro tracce, si isolano dal mondo: irreperibili per alcuni giorni, non contattabili nemmeno dai loro agenti. Dopo qualche giorno danno notizie: si sa che sono a Correggio, a casa di Adani e si sa anche che l’intenzione dei due è quella di non ripresentarsi più agli allenamenti.
La lettera a base di valori, etica e accuse sotto traccia

Tengono fede ai loro propositi e, attraverso un passaparola, convocano i giornalisti a Coccaglio, Hotel Touring. Al tavolo si siede Adani, al suo fianco Roby Guana. Lele legge una lunga lettera intitolata «una maglia azzurra e una Vu bianca», frase che ripete come un mantra all’interno di un testo a base di etica, valori, morale e accuse sotto intese. Accuse a chi «ha tradito questa maglia che comunque sopravvivrà a tutti». Un testo, riletto ora, perfettamente in linea con l’Adani attuale. Annuncia contestualmente che lui e Guana rinunceranno al loro contratto col Brescia che a fine stagione retrocederà.

Non è finita a tarallucci e vino, non è finita con una risoluzione, ma con una causa e una richiesta di risarcimento danni da parte dei due giocatori che in un clima surreale si presentarono in ritiro a Valdaora, in preparazione della stagione della ripartenza dalla B (Maran allenatore). I due facevano vita di squadra, ma fuori dalla squadra, costretti a raggiungere il campo d’allenamento scortati da una pattuglia dei carabinieri.
C’era una volta un Adani diverso da quello della garra charrua e del vamos carajo di oggi. Di certo, dividere e portare tutto a livello di teatralità foss’anche involontariamente, è da sempre il suo mestiere: anche quando ancora non lo sapevamo.



