È da incorniciare il 2026 di Karen Appiah Amoakoah, nonostante l’anno non abbia ancora scollinato la metà. Eppure ne ha già parecchie di cose da festeggiare con orgoglio: nata a Brescia nel settembre 2007 da genitori del Ghana, dallo scorso gennaio è cittadina italiana; successivamente ha ricevuto la convocazione nella Nazionale Under 19 di calcio femminile («Un’esperienza bellissima, ho preso confidenza con un ambiente effervescente») con affaccio sui Mondiali Under 20, a cui è seguita la chiamata dell’Under 23; lunedì, infine, l’attaccante mancina di piede ha conquistato il suo secondo scudetto Primavera in tre anni con il Milan (dove è stabilmente nella rosa della prima squadra), realizzando un gol e due assist nelle Final Four di Sassuolo, dopo un’intera stagione giocata da protagonista.

Karen: non fosse tutto vero, sembrerebbe una fiaba. Come inizia la sua avventura nel calcio?
«Giocando nei parchi, all’oratorio e nei cortili di San Polo, dove ho vissuto un’infanzia felice. Tornavo da scuola e subito ero per strada a giocare con i maschi: il richiamo del pallone era irresistibile, anche se dovevo rientrare per fare i compiti... il più tardi possibile».
Quando aveva 14 anni, proprio in un oratorio, a San Faustino, è stata notata da uno scout, e il direttore sportivo Marco Messina l’ha portata al Lumezzane calcio. E comincia un’altra storia...
«Un altro mondo, un altro calcio: quello vero, fatto di preparazione e di tattica, non solo di istinto. Era marzo, e dopo poche settimane l’allenatore Giovanni Brusa mi ha fatto giocare con la prima squadra, mentre nella nuova stagione mi hanno aggregato stabilmente alla squadra di serie C. Ho imparato molto guardando le compagne, superando anche un certo timore reverenziale nei loro confronti, ma per l’apprendimento sono stati fondamentali l’allenatrice Nicoletta Mazza e il direttore tecnico Matteo Passeri. Lì ho avuto una fortuna ancora più grande: incontrare un dirigente, ma soprattutto una persona, come Luigi Mancini (allora direttore generale del Lume, ndr). Niente di quello che sto vivendo sarebbe accaduto senza di lui: è stato, ed è, come un secondo padre... Mio papà non ha potuto essere molto presente durante il mio percorso di crescita calcistica, mentre Mancini si è occupato di tutto, mi ha incoraggiata, è venuto a vedere le mie partite nella Primavera. A prescindere dai risultati, ha sempre creduto in me, e questa è la cosa più bella che ho. Gli voglio un bene che va oltre l’anima.
La sua traiettoria sportiva prosegue con l’approdo al Milan, giusto?
«Ho ricevuto proposte da Inter e Milan, ma insieme alla mia famiglia abbiamo optato per i rossoneri: mi è piaciuta da subito l’atmosfera, e non sono affatto pentita della scelta».
Da allora è cambiato il suo approccio al calcio?
«Dopo la conquista della scudetto Primavera, a 16 anni, il Milan mi ha proposto un contratto da professionista: è una cosa che ti responsabilizza. Ma non fino al punto da farmi dimenticare che il calcio è un gioco. Spero di non smettere mai di divertirmi, praticandolo. Per ora conservo l’entusiasmo del primo giorno. Mi piacerebbe, tuttavia, che il calcio femminile crescesse ancor più nella considerazione della gente, e che il ruolo della donna venisse sempre più rispettato, anche nello sport».
Le piace Milano?
«Offre molto, ma la natura e la pace di San Polo mi mancano parecchio. Amo il verde, e a Milano lo vedo quasi solo sui campi da calcio».

Scelta secca: gol o assist?
«Il gol, una gioia immensa».
Quali sono i suoi idoli calcistici?
«Mbappé e Vinicius (attaccanti del Real Madrid, ndr). Fuori dal campo non sono esattamente degli esempi... Mi piace la loro personalità e come attaccano la porta: amo il gioco verticale, veloce».
Quest’anno ha la maturità...
«Sì, e ci tengo molto. Nel mio percorso di studi, soprattutto a Milano, il fatto di essere una calciatrice mi ha aiutato. Ma non dimentico che devo dimostrare qualcosa anche in questo ambito. Voglio essere una persona perbene, oltre che una brava calciatrice, e lo studio è una tappa fondamentale per diventarlo. Invitandomi a essere curiosa e studiosa, i miei genitori mi hanno raccontato che nel loro Paese le opportunità non sono le stesse di qui. È qualcosa che mi motiva a dare il massimo».
Come ha vissuto l’acquisizione della cittadinanza italiana?
«L’ho molto desiderata e attesa, perché senza quella mi erano precluse le porte della Nazionale e la possibilità di trasferte all’estero. I miei genitori vennero in Italia come soggiornanti, quindi io e le mie sorelle abbiamo dovuto attendere il compimento del diciottesimo anno per avviare le pratiche che ci avrebbero permesso di circolare anche fuori dall’Italia, magari visitare il nostro Paese d’origine e, nel mio caso, giocare in Nazionale, da sempre il mio obbiettivo. Ringrazio il Signore che dopo tanto tempo questi benedetti 18 anni sono arrivati e tante porte si sono aperte davanti a me, compresa quella della Nazionale.
Lei è afrodiscendente, la sua cultura è un mix...
«In famiglia, cerchiamo di portare avanti le nostre tradizioni, ma fuori casa ho appreso velocemente la cultura italiana. Quello che sono oggi è un insieme di queste culture, una cosa che ti allarga gli orizzonti».
A parte calcio e scuola, come passa il suo tempo?
«Mi piace leggere, ascoltare musica, ballare e cantare, come molte mie coetanee. Ma più ancora, parlare e confrontarmi con diverse persone della mia comunità su come affrontare la vita, mettendo davanti i miei valori cristiani. Mi sono battezzata prima di andare al Milan, quindi in età consapevole, come si usa nella Chiesa Evangelica a cui appartengo. In un momento di svolta, ho messo la mia vita nelle mani del Signore, chiedendo la sua guida, la sua protezione. È lui la mia forza, anche in campo».



