Bachini: «La mia voglia di rivincita dopo aver toccato il fondo»

La nuova vita dell’ex esterno del Brescia che dopo la grazia è tornato ad allenare, ha fatto pace con la famiglia ed è nonno di quattro nipoti
Erica Bariselli

Erica Bariselli

Giornalista

Momenti di gloria: un abbraccio speciale tra Jonathan Bachini e Roberto Baggio - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Momenti di gloria: un abbraccio speciale tra Jonathan Bachini e Roberto Baggio - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it

Le discese ardite: «Ho vissuto momenti umani molto molto duri» e le risalite: «Ne sono uscito facendo leva su una forza che nemmeno sapevo di avere, tenendomi aggrappato alla vita». E se qualcuno gli offrisse un passaggio sulla macchina del tempo per viaggiare a ritroso nel tempo: «Chiederei solo di poter riavere qui con con me mio padre e mia sorella: sarebbe l’unica cosa che chiederei. Per il resto probabilmente rifarei tutto, errori compresi, perché anche sbagliare tanto e grossolanamente come ho fatto io fa parte di una vita».

Jonathan Bachini che fu: un cavallo pazzo che sfrecciava senza eguali sulla fascia sinistra (anche) del Brescia (75 presenze e 7 gol negli anni d’oro, tra il 2001 e il 2004). Un fuoriclasse tra fuoriclasse, un uomo pieno di contraddizioni.

Bachini amava stupire anche a livello di capigliatura - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Bachini amava stupire anche a livello di capigliatura - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it

Imprendibile nella corsa, non catturabile con una definizione. Tanto generoso quanto fragile, tanto buono quanto capace di mandare tutti ai matti con le sue imprevedibili giocate anche fuori dal campo. La Ferrari grigia, i completi in pelle, le extension con i capelli fino al sedere per festeggiare la leggendaria salvezza in serie A del 2002. La squalifica per positività alla cocaina (riscontrata dopo un Lazio-Brescia) nell’ottobre del 2004, la radiazione per recidiva nel 2006 (quando era al Siena). Poi la riabilitazione con la concessione della grazia  nel giugno del 2023.  «Ho attraversato un lungo tunnel di vita».

In fondo al quale c’è il Jonathan Bachini che: «È Una normalissima persona, di certo molto cresciuta e anche soddisfatta». Un tranquillo signore di mezza età –  prossimo ai 51 anni – che è tornato a vivere a Udine, la sua città d’adozione dopo anni in cui la natìa Livorno aveva rappresentato il centro di gravità al quale ancorarsi durante una lunga navigazione senza bussola e pochissimi riferimenti –, che ha ritrovato la pace familiare e, soprattutto, l’amore delle sue figlie.

Bachini qualche anno fa in tribuna a Livorno per seguire una partita dei locali contro il Brescia
Bachini qualche anno fa in tribuna a Livorno per seguire una partita dei locali contro il Brescia

È anche nonno felice di quattro nipotini, tre femmine un maschio: «Che ha 3 anni, vive incollato al pallone, a casa ne avrà 15… Ha una grandissima passione per il calcio, chissà se sarà mio erede…». E poi: allena l’Under 14 dell’Ancona Lumignacco, club nell’orbita dell’Udinese, dove ha ritrovato il calcio allo stato essenziale, quello della purezza dei bambini: «Che vanno anche su youtube a vedere le mie partite».

Le delusioni, lo strappo e la ricucitura con la famiglia

Una vita da film: l'ha vissuta fin qui Jonathan Bachini - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Una vita da film: l'ha vissuta fin qui Jonathan Bachini - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it

«Baco» è tornato a coniugare la vita al presente e al futuro. La squalifica e la successiva radiazione sono il passato remoto, ma impossibile da dimenticare: «Perché ho sbagliato e ho giustamente pagato. Ma so di non aver fatto mai del male a nessuno se non a me stesso. Sono stato fuori da tutto e privato del calcio, un pezzo grande della mia vita: oggi ho una gran voglia di prendermi una rivincita. Nei confronti di me stesso, in primis, e poi anche di un ambiente che mi ha fatto del male».

Jonathan, domanda banale ma sentita: come sta?

«Bene. Non nego che il fatto che la squalifica mi sia stata tolta mi ha molto aiutato. Ho potuto frequentare Coverciano e prendere il patentino Uefa B, alleno una squadra di esordienti e il prossimo passo sarà quello di conseguire il patentino Uefa A. Nel frattempo ho sistemato anche la mia vita familiare. In un certo senso posso dire che il lieto fine c’è stato». 

A chi deve dire grazie per essere riuscito a chiudere il cerchio e trovare nuovo slancio?

«A me stesso, alla mia famiglia che non mi ha abbandonato. Sono sempre rimasto aggrappato alla mia vita, scoprendo di avere una forza che non potevo immaginare di avere anche perché quando fai la vita dal calciatore spesso le difficoltà che hai da superare sono semplici. Ho avuto forza di volontà con tanto orgoglio: ho fatto tutto da solo, non ho avuto bisogno di seguire percorsi o di farmi aiutare da figure estere. Una cosa ci tengo a ribadire: io non sono mai stato un tossicodipendente (ha sempre sostenuto che la prima volta entrò in contatto con la droga perché gliela misero nel bicchiere, ndr). Sono stato soltanto uno che ha sbagliato e che si è fatto del male». 

La positività, la squalifica, la radiazione, la rottura con le sue figlie che andarono addirittura in tv a Canale 5 denunciando il fatto di essersi sentite abbandonate da lei. Come ha fatto a non crollare?

«È stata molto dura. Io all’epoca dissi “i panni sporchi si devono lavare in famiglia”. E così è stato. Le mie figlie sapevano e non sapevano di tante situazioni: con pazienza e amore siamo riusciti a parlarci, confrontarci e infine ritrovarci».

Lei parla di voglia di rivincita anche verso il calcio e, soprattutto, sottolinea di come le sia stato fatto del male. Si è fatto un’idea del perché lei sia rimasto nella storia uno dei rarissimi casi di tesserato radiato?

«Non ho certezze, ma una mia idea ce l’ho: preferisco però tenerla per me. La grazia nel 2023, dopo 17 anni da squalificato, è stato comunque un ritorno verso il passato, ma anche verso il futuro. Mi sono risentito me stesso».

Senza calcio lei non era se stesso?

«Il discorso è più complesso. Diciamo che mi è mancato un pezzo di vita. Io sono nato col pallone in mano e per diventare calciatore ho fatto tanti sacrifici. Lo ripeto ancora una volta e non mi faccio sconti: io ho sbagliato, ma c’è stato chi ha commesso errori molto più grossi dei miei facendo del male al calcio. Ho subito un’ingiustizia».

I suoi sbagli le sono costati moltissimo, sia in termini umani che materiali… Lei che peraltro venne ceduto al Parma dalla Juventus per 35 miliardi di lire. Dalle stelle alle stalle?

«Credetemi: quello che ho perso materialmente, sebbene sia stato tantissimo, è stato il meno. I costi principali li ho pagati negli affetti più cari e l’unica cosa che mi interessava era risistemare i conti nel mio universo personale».

È stato uno che circolava in Ferrari, che aveva uno stipendio mensile con molti zeri e che a un certo punto si è ritrovato ad avere introiti da persona comune. Si è dovuto rimettere in gioco facendo l’operaio: possibile che non abbia patito il salto?

«Ovviamente mentirei se dicessi che è la stessa cosa perché non è così. Ma io provengo da una famiglia operaia della quale ho sempre avuto la mentalità. Giravo in Ferrari, guadagnavo anche tre-quattro-cinquecentomila euro e forse anche più, non so perché ho rimosso… Ma per me non è stato un problema fare il mulettista, il magazziniere o il lavoratore al porto come ho fatto. Io sono sempre andato a testa alta. Mi è capitato ovviamente di imbattermi in qualche scemo che magari mi diceva “hai visto? Avevi tutto e adesso sei qui come noi”… Nel caso io rispondevo “sì, ma a te ci vogliono tre vite per fare quello che ho fatto io”. Io non mi sono mai vergognato di nulla e so di essere stato anche un generoso: io ho sempre aiutato tutti, forse anche troppo, dato che quando ho avuto bisogno io non ho avuto indietro nulla. Non dico da un punto di vista economico, ma morale. Anche solo una telefonata per chiedermi “come stai” avrebbe fatto la differenza nei momenti peggiori».

Lei vuole tornare in un certo calcio anche se il calcio l’ha ripudiata e delusa… Perché?

«Perché resta il mio mondo. Quanto alle delusioni, sono state incredibili. Se ci penso negli anni sono Antonio Filippini si è fatto sentire, poi c’è stato un messaggio di Baggio.

Bachini in festa con Baggio e Pirlo con Antonio Filippini che accorre
Bachini in festa con Baggio e Pirlo con Antonio Filippini che accorre

Solo Edoardo Piovani (ora club manager all’Union Brescia, ndr) che mi è sempre rimasto vicino. Prima ho detto che ringrazio solo me stesso per come ne sono uscito, ma un grande grazie lo devo anche all’avvocatessa bresciana Anna Maria De Mattei che nella richiesta di grazia aveva creduto più di me: è stata testarda. Ho perso il telefono e anche il suo numero, ma la ricontatterò, avrei piacere di risentirla».

Il gol in Brescia-Bologna, Baggio e Guardiola

Il colpo da biliardo con cui Bachini batté Pagliuca nella partita salvezza del 2002 col Bologna - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Il colpo da biliardo con cui Bachini batté Pagliuca nella partita salvezza del 2002 col Bologna - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it

Ha citato solo persone bresciane e legate al Brescia…

«Infatti il Brescia resta per me un posto dei ricordi speciale.

Tra il 2001 e il 2004 Bachini visse la parentesi bresciana - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Tra il 2001 e il 2004 Bachini visse la parentesi bresciana - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it

Tra i pochi flash del me calciatore che ho, c’è il mio gol salvezza contro il Bologna in quell’indimenticabile maggio del 2002. Venivo da una stagione complicatissima (rimase fuori 6 mesi e per un lungo periodo si curò negli Stati Uniti per una intossicazione alimentare, ndr) e qualcuno forse non voleva nemmeno che giocassi. Invece sono riuscito a dare il mio contributo. In quel pomeriggio (in coda alla stagione che si portò via Vittorio Mero, ndr) si sentiva un’aria magica su Mompiano».

Lei aprì le danze del gol poi chiuse da Toni e Baggio con un tocco morbido dopo essere stato smarcato da bomber Luca… Ma lei era specialista anche di feste salvezza: l’anno prima dopo averla conseguita sempre col Brescia si presentò al campo d’allenamento nei giorni successivi con meravigliose extension...

«Era una scommessa: ci stava dai...Da quanto non si salvava in A il Brescia? Ricordo ancora le urla di Mazzone quando mi vide.

Bachini con le extensions per festeggiare la salvezza del 2001 - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Bachini con le extensions per festeggiare la salvezza del 2001 - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it

Mi mandò a chiamare da Menichini e mi disse “ma che fai? Settimana prossima dobbiamo andare a giocare contro il Milan e tu hai idea di presentarti così alla scala del calcio?”. Pensavo anche che magari non mi avrebbe fatto giocare, invece scesi in campo e pareggiai al gol di José Mari. Corsi verso la panchina e dissi “Mister, adesso che c’hai da dì?” e Mazzone: “Niente, che sei troppo forte”».

Bachini in gol contro il Milan con le extensions-salvezza raccolte in uno chignon - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Bachini in gol contro il Milan con le extensions-salvezza raccolte in uno chignon - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it

A proposito: è vero che Baggio le disse che lei è uno dei più forti con cui avesse mai giocato?

«Confermo».

Ed è vero anche che Guardiola le disse «ti invidio?»

Sì, questa è davvero incredibile. Gli dissi: «Pep, hai alzato la Champions League col Barcellona a 19 anni e tu invidi me?”. Lui: “Sì, perché io non riesco a saltare l’uomo come fai tu”».

Formidabili quegli anni: un allenamento del grande Brescia a Coccaglio
Formidabili quegli anni: un allenamento del grande Brescia a Coccaglio

Lei segue il calcio di oggi?

«Sì, parecchio. Anche se non mi entusiasma. Diciamo che preferisco guardare in generale la Champions League».

Il rimpianto azzurro, i desideri legati agli affetti

Lei aveva tutto per diventare una colonna della Nazionale in un’epoca di grandi campioni italiani, figuriamoci cosa avrebbe potuto rappresentare in questa… A prescindere: essere tornato a Coverciano, la casa azzurra, per studiare da allenatore non le ha fatto pensare a questo?

«Se devo essere sincero questo è proprio uno dei pochi pensieri in riferimento alla mia carriera che mi fa rosicare davvero».

Ma qual è il suo desiderio oggi?

«Allenare, certo. Però più che altro godermi la mia famiglia, vedere serene le mie figlie e veder crescere bene i miei nipotini. Nella vita si sbaglia, ma la vita è così e io so di essere una persona buona».

Non si pente di certe cattive compagnie che magari l’hanno portata sulla cattiva strada?

«Gli errori si fanno con la propria testa, inutile dare la colpa ad altri».

Se potesse tornare indietro ovviamente cancellerebbe tutti gli sbagli?

«No, perché alla fine fanno parte di un grande bagaglio e nella vita serve tutto, nel bene e nel male. Io solo vorrei tornare indietro per riavere mio padre e mia sorella».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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