Voce del verbo credere. Ma non alla cieca, bensì a ragion veduta. È successa una cosa: che nel Brescia risultano riposti più fiducia e ottimismo ora, con una classifica da quinto posto che non quando la graduatoria diceva prima o seconda piazza, ma con un rumore di fondo dalla pancia che aveva il suono assortito di «se e ma» perché c’erano i risultati, però non l’emozione e un piacere incondizionati nell’assistere alle partite e nell’accogliere i risultati. Con sempre lasensazione che mancasse all’appello qualcosa e che non sempre la squadra si fosse espressa al massimo possibile.
Verso l'epilogo
Era un qualcosa di intangibile in un vivere alla giornata (così come il Brescia viveva d’istinto al quale ci si era anche abituati - anche noi avevamo «messo via» le più volte espresse perplessità legate ai pericoli di un non gioco sul lungo periodo) fino a farsi un po’ tutti risucchiare da un vortice di negatività via via contagiosa. Ora, siamo entrati in tutt’altro campo e accade che dopo un pareggio in una partita da dentro o fuori- che ha portato la serie A lontana di 4 punti a 5 giornate dalla fine - gli animi biancazzurri ribollano come non mai di speranza d’un epilogo magico. Sia questo epilogo raggiungibile per vie dirette o via play off: perché quella vista a Pisa come contro il Vicenza, è una squadra che dà un’idea di prospettiva. Questione del disegno tattico che Eugenio Corini sta cucendo addosso ai suoi. Questione anche di aver stabilito delle gerarchie già molto chiare e che gira e rigira contano ancora qualcosa: solo con la continuità si acquisisce una identità e si sviluppa una personalità. Questione anche dei semi di una nuova mentalità. Che sta attecchendo, ma che non s’è ancora del tutto schiusa.




