Calcio

Esperienza, appartenenza, brescianità: le chiavi per uno slancio da play off

Corini, Bisoli e Cistana ma anche Palacio e Moreo: attorno a loro il Brescia cerca il suo miglior spirito
Due  colonne: lo sono Rodrigo Palacio e Stefano Moreo - Foto New Reporter Nicoli © www.giornaledibrescia.it
Due colonne: lo sono Rodrigo Palacio e Stefano Moreo - Foto New Reporter Nicoli © www.giornaledibrescia.it
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L’ambiente attorno al Brescia non è mai stato il piatto forte in questa stagione. Lo inseriamo anzi nell’elenco delle mancanze: per un motivo o per l’altro, zoccolo duro e puro a parte, non siamo mai andati più in là di uno stato di «tiepidezza». Troppo scetticismo, troppe perplessità, troppi mugugni, troppa distanza e troppo poco trascinante la squadra: sicché, una vera e propria bell’atmosfera all’altezza di un grande sogno, al netto di qualche sussulto, non s’è mai davvero respirata. Gli equlibri sono stati sempre davvero molto fragili e proprio per questo la doppia mazzata Spal-Cittadella si avverte ancora di più. Però, c’è sempre un... però.

E soprattutto il calcio concede sempre di scrivere e riscrivere trame e finali se non addirittura intere storie. C’è sempre un domani e in questo caso, ci sarà un altro campionato - quello dei play off - da giocare. Ripartendo da zero, provando a scrivere un nuovo patto di fiducia Brescia-ambiente. All’insegna dell’anima e cuore. Ci sono le questioni tecniche, ci sono le questioni tattiche. Ma in certi momenti, arrivano prima altri valori.

Le carte da giocare

Quali carte può giocarsi il Brescia per ricreare - dentro e fuori - il microclima che meglio si addice alla preparazione di un’avventura play off da protagonisti? Intanto, non andrà sbagliata - a partire dall’approccio, manchevole sia con la Spal che col Cittadella - la partita con la Reggina: in ballo il miglior piazzamento per il post season, ma ancor prima la credibilità. Una partita come ultima possibilità per togliersi di dosso il peggio e prepararsi a dare il meglio. Servirà giocarsi il jolly dell’esperienza. Quella che incarna Rodrigo Palacio.

Lui che a non più del 30-40% della condizione fisica e a 40 anni, a Cittadella ha saputo fare la differenza. Si è visto che la squadra si affida a lui e crede in lui come a nessuno che a livello di personalità riesce a coprire, in tal senso, lacune generalizzate. Con lui, passa la paura in quei 16 metri finali che sembrano incutere timore ai più. Ci sarebbe di che riflettere, ma non è il momento: ora va solo preso atto del fatto che Don Rodrigo è una risorsa vitale per questo finalone e che va trovato il modo di sfruttarla al meglio compatibilmente con la sua autonomia. Ma anche solo sapere che Palacio c’è, fa bene alla testa.

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Il sentimento

Poi c’è l’appartenenza. Chi sente il Brescia come una cosa propria, ha motivazioni e argomentazioni doppie che occorre trovare il modo di estendere anche a chi è più fresco o solo di passaggio. C’è da aggrapparsi in questo senso ai militanti di lungo corso. Su tutti, il capitano Dimitri Bisoli. Che le partite le può sbagliare tecnicamente o tatticamente, ma mai nello spirito: la sua prova col Cittadella da questo punto di vista non ha fatto eccezione. Con i suoi 4 anni, 10 mesi e una manciata di giorni al Brescia, è il terzo giocatore più «longevo» in rosa. Ma c’è anche chi da queste parti è nuovo eppure la Leonessa se la sente già addosso: il riferimento è a Stefano Moreo, lottatore vero che contro la Spal, ad esempio, s’è messo a disposizione pur stando molto male dopo l’infortunio di Monza. La sua generosità deve essere uno stimolo in più per tutti.

Se il capitano, tornando a Bisoli, è un senatore altrettanto lo è il pur più giovane e co-capitano Andrea Cistana che viene annoverato nelle rose delle rondinelle da 5 anni e 10 mesi al pari di Massimiliano Mangraviti che tuttavia è scivolato indietro nelle gerarchie difensive. Cistana e Mangraviti, ma anche lo stesso Bisoli ormai figlio adottivo della Leonessa, rafforzano il concetto di appartenenza con l’aggiunta del valore della brescianità. Marchio di fabbrica anche di colui che non può che essere il capofila dell’operazione del rilancio da play off, ovvero Eugenio Corini. Che sulla brescianità, sulla tignosità e la resistenza proverbiali di chi nasce in questa terra, su quel che un tifoso del Brescia si aspetta dalla sua squadra, costruì non a caso il suo discorso di insediamento sei partite fa. È a tutto questo che occorre aggrapparsi: è tutto ciò in cui bisogna credere. Dentro e fuori. Dentro ancor prima che fuori.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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