Bene, bravi. Ma neanche tanto. Perché in un’annata da media voto 4 nei compiti in classe, non basta una sfilza di 6 per riabilitarsi e finire promossi. Quei 6, alla fine sono niente più che «seini». Che è purtroppo il valore da attribuire, in soldoni, a un Brescia che ha cambiato atteggiamento e contenuti, ma non trend. Per brillare, bisogna prima bruciare: ma qui il rischio è solo quello di finire cotti e mangiati. Autodivorati in un tunnel pieno di recriminazioni e rimpianti. Tra ciò che doveva essere e non è stato, tra ciò che sarebbe ancora potuto essere - con un mercato di gennaio all’altezza e con una presa di coscienza per tempo di ciò che era evidente all’esterno, ma su cui all’interno si è chiuso un occhio, ovvero la grave spaccatura interna che si era creata sotto Clotet - ma non è stato. E adesso siamo tre punti, consecutivi, ma non a capo di un campionato sempre più infestato di fantasmi. Che hanno la forma di piccoli topolini partoriti a fronte, per contro, di una mole produttiva importante come mai fin qui.
E se è alla nuova sostanza del Brescia, alla forza e alla voglia di non farsi travolgere dal destino che Bisoli e compagni dimostrano di avere, che si resta aggrappati, ora è necessario salire anche sul treno che conduce alla via della speranza e in un campo di quadrifogli: perché il compito che attende le rondinelle adesso è molto più di un’impresa. Occorre metterci del proprio, ma tantissimo del proprio, ma anche auspicare che qualche gufata condita da botte di fortuna, vada a buon fine. Non cambia a freddo il pensiero-domanda di sottofondo post Venezia: ma se non si vince contro squadre dai valori mediocri come quella dei lagunari (e quanto pesano quei punti malamente gettati all’andata...) e anzi alla fine si rischia di capitolare pur avendo mostrato di più, allora quando? Questo spaventa dentro un quadro nel quale è troppo poco accontentarsi di aver perlomeno ritrovato i gol dei centrocampisti e pure una rete in trasferta dopo oltre 500’ di digiuno.




