Brescia, il circolo vizioso della stanchezza

Ciclicamente allenatori, giocatori e ambiente cadono nello stesso schema
Erica Bariselli

Erica Bariselli

Giornalista

La delusione dei giocatori al termine della partita contro il Cosenza © www.giornaledibrescia.it
La delusione dei giocatori al termine della partita contro il Cosenza © www.giornaledibrescia.it

Il Brescia è stanco. E lo sono tutti i suoi «abitanti». Stanchi, prima o dopo, lo diventano gli allenatori. Rolando Maran ha resistito 390 giorni e, anche se non lo ammetterà mai – o almeno non lo farà ora, a caldo – pure lui nell’ultimo periodo appariva meno brillante e meno energico rispetto all’allenatore che a suo tempo proprio per la sua grande carica definimmo un portatore sano di autostima. Ma prima o dopo, al Brescia, ogni allenatore – che sia giovane o meno, navigato o meno – cade in questa modalità.

Lo stesso succede ai giocatori: accadono periodi di entusiasmo. Ma poi seguono prolungati momenti in cui si percepisce che gioia ed emozioni stanno a zero e che l’appiattimento è la condizione prevalente: come quando si è, mentalmente, stanchi. Poi l’ambiente: che ogni tanto s’illude, ma poi immancabilmente si... delude. Chi condiziona chi? È la squadra che risente della «tristezza» dell’allenatore? O è l’allenatore che viene contagiato dalla squadra? O è l’ambiente che trasuda una negatività che si riverbera sui protagonisti? O viceversa? Ma qui, appunto, occorre che usciamo dal caso di specie. Perché, ri-appunto, queste dinamiche sono cicliche. E sono la condanna a una vita «alla giornata».

Massimo Cellino in tribuna al Rigamonti - Foto New Reporter Nicoli © www.giornaledibrescia.it
Massimo Cellino in tribuna al Rigamonti - Foto New Reporter Nicoli © www.giornaledibrescia.it

È come un circolo vizioso che non può che essere spezzato da un vero rilancio. Che tuttavia Massimo Cellino non intende, o non può, più fare anche perché la congiuntura è sfavorevole (la B annaspa nelle difficoltà economiche, il basso livello generale è lì da vedere). Perché è forse (a partire dai tempi dei guai giudiziari che lo hanno fiaccato) il primo degli stanchi («per chi investo se la piazza è fredda e negativa» e la piazza «perché devo crederci se lui non investe di più?» ed ecco di nuovo il circolo vizioso...). E dunque, una società «personalistica» quale è il Brescia tutto non può che partire, come sempre, dalla testa.

È vero anche che Cellino vuole vendere. Ma non c’è chi compra. L’ultimo retroscena è quello di una trattativa – nella quale tutti, attorno a Cellino, avevano cominciato a credere perché le credenziali erano molto buone – che è stata in atto con un fondo americano operativo nell’ambito immobiliare, ma interessato a ramificarsi nello sport partendo dall’acquisizione di due-tre club medio piccoli in Europa. Attraverso l’«emissario sportivo», l’ex portiere brasiliano della Roma Doni che infatti negli ultimi due mesi era stato avvistato più volte in città, è stata avanzata un’offerta di 22 milioni per il club e 8 per il centro sportivo. Cifre da non farsi scappare e infatti una vera trattativa, con scambi proficui era iniziata. Con lo scambio di alcuni documenti e l’avvio di una due diligence da compiere in fretta per un subentro già a gennaio. Ma all’improvviso – alla metà della scorsa settimana – il fondo ha frenato e interrotto i contatti. Anche questo, un loop che si ripete. Perché? Perché prima di tutto c’è un circolo vizioso da spezzare a tutti i costi. Difficile in questa situazione.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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