Il lavoro in banca, Carpenedolo e l’ascesa: la carriera di Andrea Berta

Quella di Andrea Berta è una storia di scalate. A mani nude, senza sostegni o corsie preferenziali. Se ti affacci al mondo del lavoro come dipendente di una piccola banca e in un paio di lustri arrivi a essere il dirigente calcistico più corteggiato al mondo (e in procinto di passare all’Arsenal), del resto, qualcosa di speciale devi averlo per forza. A fine Anni ’90 Andrea trascorre le sue giornate a maneggiare scartoffie nella filiale di Mairano della Bcc di Pompiano, a una quindicina di chilometri dalla sua Orzinuovi. Svolge il suo lavoro con zelo, ma sa che la sua strada è un’altra. È solo questione di calma e pazienza, virtù che chi l’ha incrociato lungo il suo percorso, anche nel grande calcio, gli riconosce convintamente.
L’esordio al Carpenedolo
L’occasione giusta si manifesta nel 1999. Il Carpenedolo milita nei dilettanti e decide di affidare la direzione sportiva ad una figura ad hoc. Tra i nomi vagliati spicca quello di Berta, segnalato dall’allenatore, colpito dalla profonda conoscenza calcistica di quel giovane. All’epoca Andrea ha ventisette anni, di mestiere fa tutt’altro, ma i vertici del club scelgono di seguire l’istinto. E l’intuizione paga: in pochi anni il Carpenedolo riesce ad arrampicarsi dalla Promozione alla serie C2, allora quarta categoria del calcio professionistico. Sfiora addirittura l’approdo in C1, sfumato nella finale play off del 2006 contro l’Ivrea. Nel frattempo Berta si è persuaso ad abbandonare definitivamente la carriera di dipendente di banca – che per qualche tempo aveva alternato a quella di dirigente – e fa all-in sul calcio. In un reportage realizzato da Marca, Enrico Viola, ex vicepresidente rossonero, ricorda così quel periodo: «Il merito della nostra ascesa fu principalmente suo: capiva le necessità del gruppo, leggeva benissimo le caratteristiche dei giocatori. Il Carpenedolo era retto da un gruppo di imprenditori, e grazie a lui riuscimmo a essere vincenti e sostenibili».

Il passaggio a Parma
Il frontman di quegli imprenditori è Tommaso Ghirardi, che qualche mese più tardi acquista un Parma in difficoltà dopo il crac di Parmalat. Nel 2008 al club emiliano, appena retrocesso in B, serve un nuovo direttore sportivo. Ghirardi alza la cornetta e convoca Berta. L’accordo è immediato, e alla sua prima stagione in Emilia Andrea ottiene la promozione in A. Lascia dopo un paio d’anni: la piazza è scontenta è c’è da far saltare qualche testa, una di queste è lui. Ma in quei mesi porta in maglia crociata nomi importanti (Mariga, Mirante e Alessandro Lucarelli, tra gli altri), maneggiando l’area sportiva tra mille traversie finanziarie. «Fece un miracolo, considerando tutte le difficoltà» ricorda a Marca l’agente Giovanni Branchini, amico di vecchia data di Berta: «Riuscì a farsi un nome, guadagnandosi il rispetto degli addetti ai lavori».

La parentesi a Genova
Dal 2010 al 2013 è l’uomo di fiducia di Preziosi al Genoa. Sempre in serie A, con un paio di salvezze arraffate con le unghie. In Liguria arrivano i soliti colpi in sordina: su tutti Juraj Kucka, pescato dallo Sparta Praga e venduto al Milan. In quegli anni tesse rapporti, alcuni più significativi di altri. Come quello con Jorge Mendes, il superagente di Cristiano Ronaldo e altri campioni.
L’epopea a Madrid

L’influente Jorge nel 2013 è consigliere dell’Atlético Madrid. Fa il suo nome a Miguel Ángel Gil, l’amministratore delegato. I Colchoneros non ignorano la soffiata e lo affiancano al diesse José Luis Pérez Caminero. In quattro anni Berta studia da grande, cresce insieme all’Atlético. E nel 2017, quando Caminero lascia, è pronto per il grande salto. La fiducia guadagnata sul campo si traduce in un ruolo da plenipotenziario, nel quale confluiscono anche la gestione della squadra B e del comparto scouting. Nella sua esperienza in Spagna, terminata ufficialmente a gennaio, vince due Liga, una Supercoppa Europea, una Supercoppa spagnola e un’Europa League. Perde due finali di Champions con i cugini del Real, ma per un club che fino ad allora ne aveva disputata appena una, nel 1974, è comunque un traguardo storico.
C’è la sua firma sugli acquisti che hanno costellato l’età dell’oro dell’Atléti: Griezmann, Rodri, rivenduti al doppio o al triplo. Oblak c’è ancora ed è uno dei segreti della formidabile impermeabilità difensiva del Cholo Simeone. Uno degli ultimi è stato Julián Alvarez, prelevato dal City per 94 milioni di euro. Ora lo attende la Premier League: all’Arsenal raccoglierà l’eredità di Edu Gaspar, uno degli artefici della rinascita dei Gunners. L’ennesima sfida per uno che non le ha mai temute.
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