Il voto: 95/110. I ringraziamenti: alla mamma, alla famiglia, alla fidanzata. Il voto e i ringraziamenti: ovvero le uniche due cose che contano nel giorno della tua laurea. Che vale di più se per riuscire a conseguirla ti sei dovuto fare in due per conciliare studio e lavoro. Che vale di più se può servire a dare una picconata allo stereotipo duro a morire del calciatore uguale «caprone».
Mauro Belotti da martedì dev’essere chiamato «dottore». Il dottore capitano del Lumezzane. Laureato in scienze motorie all’Università degli studi di Brescia. Prima i gradi sul campo, ora i gradi nella vita: «Soprattutto - commenta lui - per la vita futura. Per quando smetterò di giocare. Compirò 30 anni a marzo, vorrei arrivare a 40 e anche più sul campo sulla scorta dell’esempio che ebbi da Mauro Bertoni che fu il mio capitano al Rodengo...».
Ecco, fu proprio al Rodengo che Belotti cominciò a maturare l’idea di mettere a frutto il diploma preso al liceo scientifico per intraprende la carriera, parallela a quella da calciatore, universitaria. Che ieri appunto lo ha portato a discutere la tesi intitolata: «Le nuove tecnologie applicate alla preparazione atletica nel calcio». Partiva da 88, è arrivato a 95: «Quattro anni fa ero alle prese con un infortunio. Niente di grave, ma mentre mi curavo cominciai a riflettere sul fatto che fare il calciatore non ti dà certezze, che all’improvviso ti può succedere qualcosa per cui da un giorno all’altro quella vita finisce. E allora che fai? Così ho pensato all’università».
Che da ieri è diventata un ricordo: «La discussione - racconta - è durata una ventina di minuti. Ero parecchio teso: non avevo mai parlato davanti a tante persone ed un paio di volte mi sono anche incartato. C’era tutta la mia famiglia, c’era la mia ragazza e poi è arrivato anche Ernesto Torregrossa che è un mio grande amico. Avete capito bene: sono riuscito nell’impresa - ride con Torregrossa proprio accanto a lui - a far entrare Ernesto all’università. Per me comunque - e torna serio - è stata una grande soddisfazione. Ma se devo essere sincero non penso di aver fatto nulla di speciale. Quanti ragazzi si dividono tra studio e lavoro? È dura, ma se ci si crede ce la si fa». Se ci si crede «e se si ha una mamma come la mia: praticamente un martello che mi ha fatto una testa così perché portassi a termine gli studi. La ringrazio e credo che la ringrazierò ancora di più quando davvero dovrò cominciare una seconda vita. Vedremo». Intanto «mi fa piacere contribuire a smontare l’idea che i calciatori siano degli ignoranti. Il calcio non è peggio di altri settori».
Domenica la LegaPro osserverà un turno di sosta. Ma non per questo Belotti ieri si è preso il giorno di riposo da dedicare ai festeggiamenti: «Sono arrivato dritto al campo d’allenamento ancora vestito da "pinguino", in giacca e cravatta. Data la situazione con la crisi di risultati in cui siamo, non mi sembra il momento di riposare». L’esempio del capitano. Il capitano dottore.
Erica Bariselli



