«Never slept, always dreamed». È proprio questo che ha fatto dal punto di vista cestistico New York negli ultimi 53 anni, non ha mai chiuso gli occhi, ma soprattutto non ha mai smesso di sognare. Lo scorso 14 giugno la squadra della Grande Mela, i New York Knicks, ha vinto il terzo titolo NBA della propria storia interrompendo un digiuno che durava dal 1973. E ieri, attorno alle 19 locali, la città che non dorme mai ha potuto completare ufficialmente i festeggiamenti impreziosendo l’iconico soffitto del Madison Squadre Garden con lo stendardo del titolo vinto.
La tradizione NBA, infatti, prevede che i vincitori ricevano l’anello personale, a perenne monito di aver raggiunto l’olimpo cestistico, e possano appendere il banner al soffitto del palazzetto, per consegnarsi all’eternità sportiva, nella prima gara casalinga della stagione successiva. Proprio per questo la città si è fermata, un popolo intero si è riversato sulle strade costringendo la polizia a chiudere tutto l’isolato che comprende il Garden e il prezzo dei biglietti è schizzato a cifre astronomiche rendendola la opening game più cara di sempre.
La cerimonia degli anelli
La cerimonia è durata circa mezz’ora con la storica voce del commentatore di casa Mike Breen ad aprire le danze e ad accompagnare la consegna dell’anello. A riceverlo per primi i membri dello staff tecnico, capitanato dall’allenatore Mike Brown, a cui è stato consegnato da alcune leggende della storia bluarancio. Poi è toccato a Walt «Clyde» Frazier, protagonista assoluto dei titoli vinti nel 1970 e nel 1973, l’onore di metterlo al dito di ogni componente della squadra.
Particolarmente acclamati il playmaker portoricano cresciuto proprio a NY Josè Alvarado, il ragazzo di casa Karl Anthony-Towns e l’autore del canestro che ha sancito la più grande rimonta della storia delle finali NBA (da -29 in gara 4) OG Anunoby. Poi chiaramente è toccato all’uomo del destino Jalen Bruson, il figlio di un ex giocatore dei Knicks, la superstar che nessuno si aspettava, il trascinatore dei bluarancio nella corsa al titolo ed eletto all’unanimità dalla città «The king of New York». È stato proprio lui, il condottiero considerato «too small» per guidare una squadra al trionfo NBA, a parlare ad un Garden in standing ovation continua e ad aver dato il via all’ascensione dello stendardo.
Il significato del titolo
Si tratta probabilmente del titolo più atteso di sempre considerando l’importanza della squadra newyorkese, il leggendario palazzetto in cui gioca, il fatto che sia considerata la città in cui è nata davvero la pallacanestro e l’affezione dei suoi tifosi, molto lontana dai laici standard NBA. Ma non c’è solo questo perché il Garden è anche un baluardo della vera New York, quella che lentamente sta scomparendo sotto il vessillo della gentrificazione.
La passione per i Knicks è una delle radici più profonde dei cittadini newyorkesi che hanno abbracciato i pochi anni di luce e i tanti di ombre con una dedizione mai vista da nessun’altra parte in NBA. È un peccato, infatti, che la festa sia stata per pochi dei sopracitati considerando i prezzi folli dei biglietti, ma tutta la città ha trovato il modo nei bar, per strada o davanti alla tv di rendere omaggio alla squadra che li ha ripagati per decenni di sofferenza.
La prima partita della stagione
Poi, quasi a contorno, si è giocata anche la prima gara della stagione con i padroni di casa che hanno subito misurato, e per il momento rispedito al mittente, le ambizioni dei nuovi Philadelphia 76ers targati LeBron James. Parate di stelle sugli spalti capitanata dal tifoso di lunghissimo corso Spike Lee, Knicks in campo con la classica divisa casalinga bianca, ma con numeri e nomi dorati per l’occasione e mini show di Method Man, storico componente del Wu-Tang Clan, a metà partita. Insomma tutto perfetto come solo gli americani sanno fare sul piano della spettacolarizzazione di un evento sportivo.
Partita vera negli ultimi 6-7 minuti, il ruggito del Garden come nelle migliori occasioni, festeggiamenti parzialmente rovinati da una Philadelphia vincente 106 a 100, ma conta il giusto visto che ora la folle fanbase bluarancio ha un banner per dire: «Io quando abbiamo vinto il leggendario titolo del 2026 c’ero». D’altronde, l’ha cantato Frank Sinatra meglio di tutti: «You always make it there, you make it anywhere, it’s up to you, New York».




