Giorgi, un calcio al tumore: «Con l’Ironman sono rinato»

Matteo, oggi 40enne, ha giocato fino alla serie D col suo Darfo, poi s’è dedicato al triathlon estremo e all’organizzazione di corse. L’intervista
Fabio Tonesi

Fabio Tonesi

Giornalista

Matteo Giorgi, dal calcio all'Ironman - © www.giornaledibrescia.it
Matteo Giorgi, dal calcio all'Ironman - © www.giornaledibrescia.it

La vita di Matteo Giorgi ha un primo e un secondo tempo. Il primo era quello più naturale, rincorrendo un pallone su un campo verde, fino alla quarta serie: papà Fiorenzo è stato anch’esso giocatore e poi apprezzato allenatore nei dilettanti; il fratello minore Federico ancora gioca in Prima dopo tanta Eccellenza e serie D.

Il secondo è stato inatteso ed entusiasmante, una prova contro i propri limiti, anche per studiarli i propri limiti: con il triathlon fino ad arrivare alle gare estreme di Ironman, unendo la passione per gli sport di resistenza alla propria professione di personal trainer.

Tutto qui? No, perché il passaggio dal calcio al triathlon ha avuto varie motivazioni. Non ultima, un tumore osseo che Matteo, oggi 40enne, camuno doc, ha dovuto affrontare nel 2012 quando vestiva la maglia del suo Darfo. La prima squadra vera della carriera, l’ultima dopo qualche esperienza qua e là in provincia e prima di iniziare il secondo tempo, della sua vita contro i limiti. L'abbiamo intervistato.

Giorgi, il calcio non poteva che essere il primo approdo?

Il calcio era la passione di casa. Venivamo da anni in cui il pallone era predominante. Ho fatto le giovanili alla Brescia Camuna, poi sono andato al Darfo e con un gruppo di ragazzi della Valcamonica, con cui abbiamo anche vinto l’Eccellenza, è iniziata la parte un po’ più professionale. Ho fatto degli anni in D da centrocampista di corsa.

Foto New Reporter Ansaldi - © www.giornaledibrescia.it
Foto New Reporter Ansaldi - © www.giornaledibrescia.it

Non è stato tutto rose e fiori però, giusto?

Un anno, quando c’era De Paola, mi sono rotto tibia e perone. Quando sono rientrato sono andato in prestito all’Orsa Iseo, poi al Folzano dei grandi nomi nel 2009. Poi… 

Poi?

Sono rientrato a Darfo, ho giocato un anno e mezzo. Avevo quantità, il temperamento era la mia forza. A fine estate 2012 avevo sempre questo dolore alla gamba, era soprattutto notturno. Quando studiavo e lavoravo in palestra non avevo limitazioni, in allenamento nemmeno. Mi sentivo solo la gamba un po’ più debole. Un dottore mi ha consigliato di fare una scintigrafia ossea ed è uscita questa macchia, un osteoma-osteoide, un tumore osseo localizzato.

Nel 2012 a 26 anni, dopo l'operazione per l'asportazione del tumore osseo - © www.giornaledibrescia.it
Nel 2012 a 26 anni, dopo l'operazione per l'asportazione del tumore osseo - © www.giornaledibrescia.it

Come l’ha affrontato il tumore?

Ho fatto l’operazione, il giorno dopo già stavo meglio. Ma avevo perso le mie caratteristiche fisiche, poi ci sono messe delle vicissitudini societarie che mi pesavano. Ho chiuso con il calcio nel 2014 nell’anno con De Zerbi in panchina, avevo perso la fiamma per il pallone giocato e già mi piaceva d’estate correre e andare in bicicletta. Mi chiamò il Sarnico per fare un camp come allenatore dei ragazzini a Folgaria, poi mi hanno proposto di restare come tecnico e il dado era tratto.

Allena ancora?

No, ma sono stato là otto anni come tecnico degli Esordienti e responsabile della preparazione atletica. Ora faccio un po’ di scout, con i ragazzini lavoro in maniera individuale nei due studi di personal trainer che ho in Vallecamonica. Ho una moglie (Camilla, ndr) e due figli, Filippo e Diana, ho dovuto ottimizzare un po’ l’attività. È stata una scelta di vita.

Matteo con la moglie Camilla ed i figli Filippo e Diana - © www.giornaledibrescia.it
Matteo con la moglie Camilla ed i figli Filippo e Diana - © www.giornaledibrescia.it

In che cosa comporta?

Nello studio riesco ad unire la parte lavorativa ai miei allenamenti, mi capita di seguire clienti nuotandoci o uscendoci in bici, oppure preparare una maratona o una gara di triathlon. Il mio lavoro è anche la mia passione.

Matteo Giorgi alla fine di un Ironman - © www.giornaledibrescia.it
Matteo Giorgi alla fine di un Ironman - © www.giornaledibrescia.it

Come è nato questo amore per il triathlon?

È venuto step by step. In primis correvo in montagna e andavo in bici, poi mi sono approcciato alla disciplina parlando con qualche conoscente e facendo programmi di preparazione nei miei studi. Il primo è stato proprio nel 2014, uno sprint sul lago d’Idro. Poi ho aumentato le distanze, fino all’Ironman ed a quelli estremi. È sbocciato piano piano, adesso è marcato perché l’ho coltivato negli anni. Di certo avevo bisogno di fare qualcosa dopo tanti anni di calcio. Ho ritrovato stimoli e la possibilità di poter determinare.

Giorgi, 40enne, in bicicletta durante un Ironman - © www.giornaledibrescia.it
Giorgi, 40enne, in bicicletta durante un Ironman - © www.giornaledibrescia.it

Fino a che punto si è allargato questo impegno?

Ora ho una decina di collaboratori tra fisioterapisti e preparatori, con me lavora anche mio fratello Federico. Questo ha creato gruppo, fare sport ci ha avvicinato e mi ha portato anche a crescere con gli eventi sportivi. Quando ho iniziato a girare per le gare ho guardato come organizzavano. Abbiamo iniziato con la Valle dei Segni wine trail arrivata alla quinta edizione, da due anni abbiamo creato la mezza maratona del lago d’Iseo che si terrà il 2 giugno. Con la prima manifestazione abbiamo creato una squadra, con la ci siamo affiliati alla Fidal con la nostra Asd P3rsonal.

La squadra quanti iscritta ha?

Una sessantina: qualcuno corre, qualcuno fa triathlon, qualcuno è un socio simpatizzante. C’è di tutto.

Il camuno durante una frazione in bicicletta - © www.giornaledibrescia.it
Il camuno durante una frazione in bicicletta - © www.giornaledibrescia.it

Ma per prepararsi alle gare quanto tempo necessita a settimana?

Il tempo va ritagliato, il triathlon è organizzazione e metodo: a volte ci si alza alle sei, a volte si smezza la pausa pranzo, altre si utilizza il tempo insieme ai clienti in bici. Le ore sono tante, mi alleno dalle 15 alle 20 a settimana: cerco di ottimizzare i tempi per dare priorità a famiglia e lavoro.

Ma come sono divisi i carichi?

Due volte a settimana al massimo nuoto, sono convinto che sia la frazione che incide meno nell’Ironman. Quattro o cinque volte in bici e tre corsa, a volte li unisco nella stessa giornata.

Giorgi impegnato nella corsa - © www.giornaledibrescia.it
Giorgi impegnato nella corsa - © www.giornaledibrescia.it

Quale è lo stimolo per fare questo?

Ho capito che il nostro fisico è una macchina perfetta e ha memoria di quello che facciamo. Ho fatto ad aprile una maratona a Milano per avere un tempo di riferimento per l’Ironman, sapendo di ridurre il tempo per preparare lo Stone (Ironman estremo tra lago d’Iseo e Valcamonica, ndr) di giugno. Ma a livello di percezione della fatica so che sono ad un buon livello. Per ora ho fatto 11 Ironman, di cui 6 estremi. Questo sport è uno stile di vita, porto principi sportivi che spero di trasmettere in primis alla mia famiglia. Mi piace però capire le sensazioni del corpo, studiare i tempi di recupero e capire quando è pronto per competere. La magia del triathlon è lo scambio di sport con richieste funzionali diverse. Nel preparare la maratona, ad esempio, non ho avuto queste sensazioni.

Possono farlo tutti, anche i lavoratori a 40 anni?

È diverso rispetto a 8-9 anni fa, ma la costanza fa la differenza. In blocchi da 6-8 settimane, se sei costante da anni e non hai infortuni, riesci a fare ottimi risultati. La base è uno stile di vita equilibrato, spero possa essere un biglietto da visita: non sono un professionista, ma ci ho messo tanto di mio.

Alla fine dello Stone, un triathlon estremo tra lago d'Iseo e Valcamonica - © www.giornaledibrescia.it
Alla fine dello Stone, un triathlon estremo tra lago d'Iseo e Valcamonica - © www.giornaledibrescia.it

Alla fine è contento di aver smesso di giocare a calcio?

Sì, forse anche perché sono arrivato in questo periodo in cui il pallone è calato e questi sport di fatica sono cresciuti. Il mondo della corsa è esploso in maniera esponenziale, il triathlon anche.

È anche un modo per vedere il mondo?

Sì, io stesso dico a mia moglie che potremmo anche andare in ferie senza partecipare ad una gara. Ma ho visto Nizza, Klagenfurt, Valencia e Roma con la maratona, il golfo di Taranto e tanti altri posti che non avrei magari visto se non fosse stato per gareggiare o promuovere le nostre iniziative.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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