Jacobs, 5 anni fa i 100 metri che cambiarono la storia: «Il mio sogno»

L’1 agosto 2021 il desenzanese vinse l’oro ai Giochi di Tokyo: «Ma me ne resi conto solo quando tornai in Italia»
Mario Nicoliello
Marcell Jacobs si batte la mano sul petto dopo essersi laureato campione olimpico - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Marcell Jacobs si batte la mano sul petto dopo essersi laureato campione olimpico - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Sono passati cinque anni, ma sembra ieri. D’altronde emozioni del genere sono indelebili, restano impresse nella memoria con nitidezza, legate per sempre al luogo in cui le abbiamo vissute, al volto di chi ci stava accanto, allo schermo sul quale abbiamo visto accadere l’impossibile. Il primo agosto 2021 l’Italia dello sport entrò in una dimensione nuova nel giro di pochi minuti. Prima Gianmarco Tamberi volò più in alto di tutti, poi Marcell Jacobs corse più veloce dei rivali nella finale olimpica dei 100 metri. Due ori a cinque cerchi, imprese assolute, la serata di Tokyo appartiene più alla leggenda che alla cronaca.

Memoria

Lo sa bene il poliziotto desenzanese, che prima di tuffarsi nell’allenamento pomeridiano con la staffetta a Roma, ritorna su quella magica notte. «È incredibile ripensare a Tokyo. Una sensazione surreale, correre senza spettatori, ma anche un ricordo sospeso nel tempo. Con la percezione non immediata dell’enormità di quello che facemmo noi italiani. Me ne resi davvero conto soltanto al ritorno, a Roma, sceso all’aeroporto, quando toccai con mano l’entusiasmo di quanti ci avevano seguito da casa. Ricordo perfettamente il momento in cui, quasi sulla linea del traguardo, ebbi anche il tempo di voltarmi per controllare la posizione degli altri. E ricordo la disperazione, poco prima, dopo la semifinale, quasi una seconda finale quel giorno per la sua difficoltà. Sentivo di non avere più la forza. E invece sì, quel giorno abbiamo fatto la storia. Quel giorno ho coronato il mio sogno da bambino».

La premiazione di Marcell Jacobs alle Olimpiadi di Tokyo 2020
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La premiazione di Marcell Jacobs alle Olimpiadi di Tokyo 2020

Jacobs arrivò a quella finale senza essere una sorpresa per chi ne aveva seguito il cammino. Il grande pubblico lo scoprì in quei 9”80, ma il percorso che lo aveva condotto fin lì era zeppo di indizi. Il titolo europeo indoor nei 60 metri conquistato a Torun aveva mostrato un atleta diverso, il record italiano ottenuto a Savona aveva confermato che la velocità era di livello mondiale, il successo agli Assoluti di Rovereto dopo settimane complicate per un problema fisico, aveva raccontato la sua nuova solidità mentale, i meeting di Diamond League a Stoccolma e Montecarlo avevano sgombrato i dubbi sulla sua capacità di confrontarsi con i migliori. In Giappone, Jacobs si presentò per giocarsi tutto.

La batteria fu il primo manifesto: vinse in 9”94, migliorando il suo record italiano di un centesimo. La semifinale completò l’opera: 9”84, record europeo eguagliato senza aver speso il massimo. La finale fu il capolavoro della sua maturità. Alla falsa partenza rimase immobile, chiuso dentro la propria concentrazione. Quando arrivò lo sparo valido, pensò soltanto alla propria azione, accelerò, si distese e infine respinse ogni attacco. Il tabellone fermò il tempo a 9”80: record europeo, titolo olimpico e un posto eterno nella storia.

Svolta

Vincere i 100 metri ai Giochi significa diventare il volto più riconoscibile dell’Olimpiade. Farlo da italiano, battendo le grandi scuole mondiali della velocità, trasformò l’impresa in qualcosa di enorme. Jacobs riuscì a scardinare un confine che sembrava invalicabile, regalando all’Italia la prima medaglia olimpica della sua storia nella gara regina dello sprint. Nei giorni successivi non si lasciò travolgere dalle polemiche e dai sospetti sollevati da una parte della stampa internazionale, ma rimase dentro il gruppo con la serenità di chi conosce il proprio valore. Quell’energia si riversò anche sulla 4x100, con cui Jacobs corse la seconda frazione e contribuì a un’altra impresa memorabile.

Nella cerimonia di chiusura Marcell entrò nello stadio con il tricolore come portabandiera. Nel suo sorriso c’erano la leggerezza di chi aveva realizzato il sogno di un bambino e la consapevolezza di aver cambiato per sempre il modo in cui l’Italia guardava all’atletica.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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