«L’Italia del baseball? Un capolavoro, ma Brescia resta senza campo»

Gli italiani, è risaputo, sanno essere i massimi esperti di qualsiasi sport. A rotazione, siamo tutti tennisti, sciatori, velisti, piloti di formula 1. Da una settimana a questa parte, abbiamo scoperto di saper giocare a baseball. Merito (enorme) dell’Italia, che nella World Classic è arrivata fino alla semifinale, battuta solo dal Venezuela poi vincitore del torneo. Ma il successo azzurro sugli Usa ha fatto il giro del mondo.
Il momento
C’è però il rovescio della medaglia, quello che splende decisamente meno: basta buttare l’occhio al Brescia Baseball, che ad aprile inizierà il campionato di serie B, il settimo senza un campo in cui giocare. Per una società che da 40 anni ininterrottamente propone una squadra seniores a cui adesso si è affiancata la formazione femminile di softball, oltre a un fiorente settore giovanile.
Ma cosa significa non avere un campo? «Che la squadra che dovremmo ospitare - racconta Stefano Sbardolini, vice presidente del sodalizio cittadino e consigliere federale - ospita invece noi. E così gioca in casa all’andata e al ritorno. Ma noi possiamo solo dire grazie a tutti i nostri avversari, perché ci consentono di stare in vita. Se però non arriva il campo in un breve periodo, beh noi siamo finiti».
Le gioie
Sbardolini vive la situazione attuale tra sorrisi e dispiacere: da consigliere federale è entusiasta dell’Italia, da vice presidente del Brescia Baseball è preoccupato per una situazione che ristagna da anni. «Ciò che hanno fatto gli azzurri negli Usa è qualcosa di sensazionale - commenta - che va ben al di là dei risultati. Le partite sono state trasmesse per la prima volta da Rai2, si è parlato del baseball italiano in tutto il mondo. Lo ritengo un periodo storico per noi, le milioni di interazioni sui social lo dimostrano. Aver battuto gli Stati Uniti è stata la svolta, considerando poi una cosa: le formazioni di punta della World Classic erano formate per il 90% da giocatori che fanno parte della Major League, il campionato statunitense, il più forte al mondo. Si parla di centinaia e centinaia di milioni di euro di contratti. Noi avevamo sì tantissimi oriundi, ma per lo più giocatori che partecipano alle leghe minori, quindi con zero esperienza di grande palcoscenico. Il manager Francisco Cervelli e il general manager Ned Coletti hanno fatto un lavoro clamoroso andando a pescare prospetti che messi insieme sono diventati una squadra pazzesca».
Futuro
E adesso? «E adesso come Federazione dobbiamo cavalcare l’onda, cercare sponsor che credano in noi, oltre a spendere bene e in maniera oculata la somma che ci arriverà dal torneo internazionale per essere arrivati in semifinale. L’obiettivo è che tra qualche mese la gente continui a parlare di baseball, oltre ad avvicinare i giovani».
I dolori
Avvicinare i giovani è una delle missioni del Brescia Baseball che da anni con tecnici preparatissimi lavora nelle scuole cittadine. Eppure... «Eppure iniziamo la settima stagione senza avere un campo dove giocare e spero sia l’ultima. Il fatto è che non dipende da noi, ma dalla politica, nonostante ad esempio l’assessore Cantoni si stia adoperando per aiutarci. Siamo felicissimi, e lo dico davvero, che Brescia allarghi i suoi orizzonti tra pista di atletica coperta e scoperta e polo della ginnastica. Ma la nostra voce da anni non viene ascoltata e ci dispiace, anche perché 40 anni di storia pesano».
I numeri sono chiari: fino a che il Brescia ha avuto a disposizione il campo di via Branze, gli atleti in totale erano 108 e ora sono 56, i tecnici sono passati da 32 a 24, il totale dei tesserati da 140 a 80. «Eppure non molliamo e dovrei fare un monumento ai nostri manager, a tutti i volontari che ci aiutano, ai genitori dei piccoli giocatori. Qualche passo lo stiamo facendo: con la Seniores quando dovremo ospitare Alghero e Mondovì, al posto di andare due volte in trasferta lontano, giocheremo a Lodi grazie alla loro disponibilità. E come dico grazie a loro, lo dico alla società del Saronno, una delle più forti in ambito femminile, che accoglierà le ragazze del softball. Ma sono tutte soluzioni tampone, perché io mi ricordo i tempi in via Branze, quando i ragazzini potevano vedere in allenamento i grandi e imparare, quando ogni partita si trasformava in festa».
I giocatori di allora sono diventati allenatori oggi, tra i più preparati in Italia tanto da gravitare anche nel settore tecnico delle nazionali giovanili. Proposte ne hanno, eppure restano a Brescia. A sostenere il progetto della squadra «apolide». Chissà che l’onda azzurra non arrivi anche qui...
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