Bob, slittino e skeleton: la guida ai proiettili del ghiaccio

Viaggiano a oltre 150 chilometri all’ora, con il corpo a pochi centimetri dal ghiaccio. E in alcuni casi con la testa rivolta in avanti, senza freni, senza sterzo, affidandosi solo al proprio corpo. Dietro le discipline della pista c’è molto più di una sfida di velocità: ci sono gesti di fair play entrati nella storia olimpica, tragedie che hanno cambiato per sempre le regole della sicurezza e una continua corsa tecnologica al limite. Sono l’incarnazione della fisica applicata al coraggio.
Nate tra le nevi della Svizzera a fine Ottocento, queste specialità hanno trasformato semplici slitte da trasporto in proiettili tecnologici: li vedremo alle olimpiadi di Milano-Cortina.
Ma come si distinguono davvero bob, slittino e skeleton? E quali storie ci sono dietro questi sport estremi?
Il Bob, tecnologia da Formula 1
Il bob è la disciplina più complessa e tecnologicamente avanzata. La sua storia inizia a St. Moritz alla fine del XIX secolo, quando alcuni turisti inglesi unirono due slitte di legno con una tavola e un rudimentale meccanismo sterzante. La prima gara ufficiale si tenne nel 1884 e da allora il mezzo è diventato una vera monoposto aerodinamica.
Oggi il bob è una slitta carenata realizzata in fibra di carbonio o vetro, progettata in galleria del vento spesso con il supporto di case automobilistiche come Ferrari o Bmw.
Gli atleti siedono uno dietro l’altro all’interno dell’abitacolo: il pilota dirige il mezzo tramite maniglie collegate a pulegge che muovono i pattini anteriori, mentre il frenatore interviene solo dopo il traguardo. Si gareggia nelle categorie monobob, bob a due e bob a quattro, raggiungendo velocità che superano i 150 km/h.

La Germania è oggi la potenza egemone, ma la storia di questo sport è indissolubilmente legata all’Italia e a Eugenio Monti, a cui è intitolata la pista olimpica di Cortina. Il «Rosso Volante» è protagonista del gesto di sportività più celebre della storia olimpica: ai Giochi di Innsbruck 1964 prestò un bullone del suo bob ai rivali inglesi – che poi vinsero l’oro –, rimasti bloccati prima della gara. In carriera Monti vinse 9 medaglie d'oro ai mondiali e 6 alle olimpiadi.
Brescia ricorda invece i fratelli Agostino e Gaetano Lanfranchi, che partirono da Palazzolo per partecipare ai Giochi di Lake Placid del 1932.
Sul piano pop, il bob è diventato famoso anche grazie al film Cool Runnings, che racconta l’incredibile partecipazione della nazionale giamaicana ai Giochi di Calgary 1988.
Lo slittino: l’arte della precisione millimetrica
Lo slittino rappresenta la forma più pura e veloce di scivolamento. Sebbene sia la disciplina più antica, la sua veste agonistica moderna nasce nel 1883 a Davos. Qui l’atleta viaggia sulla schiena, in posizione supina, con i piedi rivolti verso valle. È lo sport più rapido del budello, capace di toccare i 154 km/h con la testa dell’atleta a pochi centimetri dal ghiaccio.
Si gareggia nel singolo o nel doppio e la partenza avviene da seduti: gli atleti usano guanti muniti di chiodini d’acciaio per «remare» sul ghiaccio e guadagnare velocità nei primi metri.
La guida è un esercizio di sensibilità estrema, basato sulla pressione delle gambe sui pattini e sullo spostamento impercettibile del peso corporeo.

L’Italia vanta una scuola d’élite mondiale grazie a Armin Zöggeler, il «Cannibale», capace di vincere sei medaglie in sei Olimpiadi consecutive. Zöggeler era noto per la sua ossessione tecnica: passava notti intere a levigare manualmente le lame del suo slittino per adattarle a ogni singola pista.
Ma lo slittino è stato segnato anche da una tragedia che ha cambiato per sempre questo sport. La morte di Nodar Kumaritashvili durante una prova ai Giochi di Vancouver 2010 ha rivoluzionato i protocolli di sicurezza e la progettazione delle piste ghiacciate in tutto il mondo.
Skeleton: la sfida a testa bassa
Lo skeleton è forse la specialità più impressionante dal punto di vista visivo. Il nome deriva dalla forma metallica della slitta, che ricorda uno scheletro umano, e la sua culla è la leggendaria Cresta Run di St. Moritz, una pista naturale dove ancora oggi si respira l’atmosfera dei pionieri dell’Ottocento.
A differenza dello slittino, qui l’atleta si tuffa sul telaio dopo una corsa a spinta e scivola in posizione prona, con il volto rivolto in avanti verso la pista. Non esistono sterzo né freni.
Il pilota governa il mezzo con movimenti quasi impercettibili di spalle e ginocchia, a circa 130–140 km/h. La slitta è un telaio rigido d’acciaio senza parti mobili, progettato per essere il più pesante possibile, così da sfruttare al massimo la gravità.

Una curiosità iconica riguarda i caschi: essendo la testa rivolta verso il basso, molti atleti li decorano con grafiche aggressive, spesso raffiguranti teschi, per sottolineare l’anima estrema della disciplina.
L’Italia sta vivendo una nuova fase di crescita con Amedeo Bagnis e Mattia Gaspari, nel solco tracciato dal pioniere Nino Bibbia, oro olimpico nel 1948.
Tre sport diversi, lo stesso limite
Bob, slittino e skeleton condividono la stessa pista di ghiaccio, nel nuovo Slinding Centre di Cortina, ma raccontano tre modi opposti di affrontare il limite. C’è la tecnologia esasperata del bob, la precisione millimetrica dello slittino e l’istinto puro dello skeleton, dove il volto dell’atleta è il primo a entrare in curva.
Tre discipline nate da semplici slitte di legno e diventate, nel tempo, uno dei luoghi più estremi dello sport moderno. Un punto in cui la fisica incontra il coraggio. E dove, spesso, basta davvero un solo istante per separare la vittoria dal rischio più grande.
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