Cinema

Olimpiadi: da «Cool Runnings» al docufilm su Tomba, i film da vedere

Cristiano Bolla
Recentemente è stato annunciato il biopic sulla leggenda del bob italiano Eugenio Monti, ma in generale non mancano i film che hanno raccontato il grande evento sulla neve
Tra i film da vedere, anche il documentario dedicato ad Alberto Tomba su RaiPlay
Tra i film da vedere, anche il documentario dedicato ad Alberto Tomba su RaiPlay
AA

Milano Cortina 2026 è ormai alle porte: i Giochi olimpici invernali tornano in Italia dal 6 al 22 febbraio 2026, con la promessa di accendere riflettori e immaginazione tra città e montagne. È un appuntamento sportivo enorme, ma anche un generatore di storie: perché l’Olimpiade, con le sue regole ferree e i suoi momenti irripetibili, da sempre «chiama» il cinema. Lo si vede bene con le edizioni estive, diventate materiale narrativo e iconografico per titoli ormai entrati nel lessico pop come «Momenti di gloria», «Race – Il colore della vittoria», «Munich» o il classico documentario «Olympia». Ma anche l’universo invernale, forse ancora più cinematografico per natura, ha prodotto film capaci di trasformare piste, ghiaccio e discese in racconti imperdibili.

Tra commedia e dramma sportivo

Tra i titoli di finzione più noti, l’inverno olimpico vive soprattutto di outsider e imprese contro pronostico. Il caso di «Cool Runnings – Quattro sotto zero» resta uno dei modi più immediati per raccontare i Giochi a chi li guarda con curiosità e divertimento: ispirato (molto liberamente) al debutto della squadra giamaicana di bob a Calgary 1988, prende l’assurdità apparente dell’idea – un Paese tropicale su una slitta lanciata nel ghiaccio – e la trasforma in un racconto di identità e riscatto. Non è un film «da risultati», ma «da percorso»: la disciplina conta, ma conta di più l’ostinazione di chi decide di provarci anche quando tutto suggerisce il contrario.

Se «Cool Runnings» usa la commedia per parlare di coraggio, «Miracle» del 2004 sceglie invece il tono del dramma sportivo classico: ricostruisce la vicenda della Nazionale maschile statunitense di hockey che alle Olimpiadi di Lake Placid 1980 batté l’URSS, squadra considerata allora quasi imbattibile. È un film che lavora sull’idea di «miracolo» come somma di dettagli: selezione, disciplina, spogliatoio, e soprattutto la figura dell’allenatore Herb Brooks (interpretato da Kurt Russell), ritratto come un uomo capace di immaginare un’impresa prima ancora di pretenderla. Nella stessa area emotiva dell’outsider, ma con una leggerezza più contemporanea, c’è «Eddie the Eagle – Il coraggio della follia»: storia del saltatore con gli sci britannico Eddie Edwards, diventato celebre a Calgary 1988 non per le medaglie, ma per il coraggio quasi incosciente di presentarsi al mondo in uno sport che non perdona, accettando di essere ultimo pur di essere lì. È un racconto che funziona perché sposta il metro dell’eroismo: non dal podio alla scelta di mettersi in gioco.

«Rosso Volante»

Giorgio Pasotti interpreta Eugenio Monti in «Rosso Volante»
Giorgio Pasotti interpreta Eugenio Monti in «Rosso Volante»

In questa rassegna, però, il titolo che parla più direttamente al qui e ora italiano è quello appena annunciato per la Rai: «Rosso Volante», film tv su Eugenio Monti, leggenda del bob e figura simbolica di sportività. Monti, intepretato qui da Giorgio Pasotti, non è soltanto un campione: è l’uomo che incarna un’idea di Olimpiade come gesto, prima ancora che come medaglia. La sua biografia è già cinema: promessa dello sci da giovanissimo, frenata da infortuni, poi la svolta nel bob fino al doppio oro olimpico a Grenoble 1968. E soprattutto quell’episodio rimasto nella memoria collettiva: a Innsbruck 1964 prestò un bullone fondamentale agli avversari britannici, permettendo loro di gareggiare e vincere. In una disciplina in cui si gioca tutto sui centesimi e sui dettagli meccanici, è stato un gesto che ha ribaltato la logica della competizione tra rivali. Per un pubblico generalista, è un personaggio perfetto: perché racconta un’Italia che correva veloce, ma sapeva ancora fermarsi per scegliere «come» vincere, anche quando la scelta comportava un prezzo.

I documentari

Passando ai documentari, il cinema olimpico invernale ha una tradizione robustissima, anche grazie ai film ufficiali dei Giochi, che spesso fanno da capsule del tempo. «Cortina d’Ampezzo 1956 Official Film | White Vertigo» è il punto di partenza ideale proprio perché unisce valore storico e fascino visivo: le Dolomiti, la nascita della televisione sportiva moderna, il modo in cui la macchina da presa prova a stare attaccata alla velocità. Più avanti nel tempo, l’approccio «umanista» di Bud Greenspan ha definito un modello: il suo «Lillehammer ’94, 16 Days of Glory» usa materiali d’archivio e interviste per costruire ritratti, non soltanto highlights, e dentro c’è anche un pezzo di storia azzurra con Alberto Tomba, utile per riportare il racconto a casa nostra. La formula, con variazioni, torna anche in successivi film dedicati alle Olimpiadi di Seoul 1988, Barcellona 1992, Atlanta 1996 e ancora Salt Lake City 2002, dove l’idea è sempre la stessa: le gare come culmine, ma la vita prima del traguardo come vero film.

Accanto ai «film dei Giochi», ci sono i documentari che usano l’Olimpiade come sfondo per raccontare altro: pressione, politica, corpo, identità. «The Crash Reel» parte dalla rivalità e dalla corsa verso Vancouver 2010 nel mondo dello snowboard e finisce per diventare una riflessione durissima sul rischio, sul trauma e su cosa succede quando lo spettacolo chiede troppo. «To Russia with Love», girato durante Sochi 2014, sposta invece il centro sulla condizione degli atleti Lgbtq+ e sul contesto politico russo, mostrando quanto i Giochi possano essere, nello stesso momento, vetrina globale e campo minato personale.

Infine, per chi cerca un taglio esplicitamente italiano, RaiPlay offre diversi titoli pronti all’uso. «Alberto Tomba. Vincere in salita» ricostruisce la parabola del campione più popolare dello sci azzurro, tra carisma mediatico e ferocia competitiva: Tomba è stato un atleta capace di trasformare una gara in evento, e il documentario lavora proprio su quella miscela di talento e personaggio che ha segnato un’epoca.

«La Valanga Azzurra» riporta invece agli anni Settanta, quando la Nazionale italiana di sci alpino diventò un fenomeno collettivo: non più soltanto singoli campioni, ma un’idea di squadra in uno sport individuale, con volti come Gustav Thöni e Piero Gros che per molti italiani sono stati la prima educazione sentimentale alla neve. Per completare il mosaico, «Gustav Thöni, un gigante dello slalom» permette di rivedere, attraverso le Teche, l’epica di un campione che spesso parla meno di altri ma ha scritto pagine decisive; mentre i ritratti brevi di Rai Sport, come «Memory: Deborah Compagnoni» e «Memory: Arianna Fontana», sono utili per agganciare anche chi non segue lo sport tutti i giorni, perché condensano risultati, contesto e identità in una forma rapida e televisiva. Insieme, questi titoli suggeriscono una cosa semplice: l’Olimpiade invernale non è soltanto un calendario di gare, ma una fabbrica di racconti, e il cinema – quando funziona – riesce a farci arrivare sulla pista prima ancora che inizi la prima discesa.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@Buongiorno Brescia

La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.

Suggeriti per te

Caricamento...
Caricamento...
Caricamento...