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Alberto Ghidoni: «Compio 60 anni e lascio l'Italia: alleno Paris»

Il compleanno speciale del triumpino ex campione di sci: incidenti, ricordi e gioie della carriera in due tempi
Primi anni 200, nelle vesti di tecnico nella sua Sancolombano
Primi anni 200, nelle vesti di tecnico nella sua Sancolombano
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Alberto Ghidoni sulla neve ci sta letteralmente da sessant’anni. Ma non pensate che per il compleanno in cifra tonda ci sia un festone in cantiere per quest’oggi. «Non sono tanto per i compleanni, ma non c’è un motivo particolare. Basta una fetta di torta con la famiglia. Inizierò a festeggiare dai 70 in poi...». E allora appuntamento al 15 aprile del 2032 e chissà se il «Ghido» da Sancolombano di Collio sarà ancora lì, sulle piste del Circo Bianco. Le ha vissute per un decennio da atleta, poi una volta smesso ci è rimasto diventando il decano degli allenatori in Coppa del Mondo. Trent’anni festeggiati proprio nel 2022 con l’Italia.

Allenare Paris

E adesso?

«E adesso - svela Ghidoni - ho detto basta con la squadra. I ragazzi ed i colleghi lo sapevano già da quest’inverno, al presidente federale Flavio Roda l’ho comunicato ai Giochi di Pechino. Non ci credeva e ho dovuto ripeterglielo. Volevo proprio smettere del tutto, poi è arrivata questa situazione...».

Ovvero si mette in proprio?

«Dominik Paris ha chiesto di essere più autonomo e di essere seguito da me. Io sono sempre stato per il gruppo, ma dopo tanto tempo è diventato più difficile. È una scelta che avevo preso da tempo, non hanno influito le polemiche delle Olimpiadi sulle convocazioni. Paris ha doti da discesista, con lui ho un feeling particolare. Ci sono i Mondiali a Courchevel, il suo obiettivo è quello. Con Domme non devo stare chissà quanto a parlare: basta essere veloci, il crono non ha gli occhi...».

Negli anni ’80: Alberto Ghidoni è stato per 10 anni in Coppa del Mondo
Negli anni ’80: Alberto Ghidoni è stato per 10 anni in Coppa del Mondo

E allora proseguirà la sua vita sulla neve. Un feeling naturale?

«Non dico da 60 anni, ma da 58 sì. Uscivo di casa a Sancolombano e mettevo gli sci. Ho iniziato col salto perché c’era una bella scuola, ma dopo un paio di gare sono passato allo sci alpino. A 14 anni quando nelle prime gare zonali iniziavo a essere primo di categoria, ho capito che qualcosa si poteva fare». E poi è diventato un lavoro. Si ricorda l’esordio? «Nel dicembre 1980, in Val Gardena. Io come altri ragazzi avevamo fatto la selezione per guadagnarci il posto in Nazionale A. Ora invece i giovani sono trattati con i guanti bianchi...».

E che successe poco dopo?

«La gara successiva a Sankt Moritz sono caduto sulla linea di Plank. Era a fine carriera, ho capito dopo perché saltava poco. Noi giovani invece spingevamo per farci vedere. Fu il primo vero infortunio: spalla, fegato, denti. Botte che poi ti ricordi per tutta la vita».

Alberto Ghidoni nelle vesti di allenatore insieme al fuoriclasse Dominik Paris
Alberto Ghidoni nelle vesti di allenatore insieme al fuoriclasse Dominik Paris

Non furono le uniche, vero?

«Nel 1982 ebbi un incidente d’auto e persi la stagione per la rottura della rotula. Nel 1985 pareva un anno buono, ma in Val Gardena atterrai di schiena sulla seconda delle gobbe del cammello. Magari avessi avuto l’airbag come c’è ora... Mi hanno portato via in elicottero, c’era un grosso ematoma sulla pancia. Sono stati momenti non tanto belli, quando continuavano a chiedermi se muovevo le gambe. Poi in ospedale gli esami erano negativi e mi sono rilassato».

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Parliamo di cose belle: Garmisch, 1987, l’unico podio in superG in Coppa del Mondo. Che gioia fu?

«Fu meritata e ricordo che l’allenatore nemmeno mi vide perché era già sceso al traguardo...». Perché aveva un pettorale alto? «Non ricordo, però so nel 1984 di aver vinto un slalom Fis di fine stagione con il 73: c’erano le buche e io me la cavavo in quelle condizioni».

Come erano quegli anni?

«Il concetto di squadra era più diffuso. Si stava bene, con i vari Ghedina, Rungalldier, Perathoner e Vitalini. Il gruppo era più unito, in ritiro si chiacchierava e si giocava a carte. Poi sono arrivati i pc, i tablet, gli smartphone. Ora l’individualismo è portato all’estremo: si sta insieme tanti giorni, ma ognuno fa solo la cosa migliore per sé».

Non è un podio, ma che significò entrare nei 10 a Kitzbühel?

«È una pista particolare, la prima volta sei contento di arrivare. Era più pericolosa, più mossa: ora si fa più velocità in curva, ma è un biliardo...».

Il rivale più forte?

«Franz Klammer, faceva cose incredibili. Ricordo che a Sarajevo ’84 il pubblico sfondò le transenne di legno e dovetterlo nasconderlo sopra la casetta dei cronometristi. Dopo quella volta introdussero leader corner e podio rialzato».

E poi arrivò il secondo tempo della carriera, da tecnico...

«Nel ’90 mi cercò il Comitato Alpi Centrali. Nel ’92 entrai in Nazionale. Ho fatto anche un quadriennio al femminile (2006-2010, ndr), ma è tutto diverso. Le donne se danno fiducia è totale, ma è più complicata gestirle psicologicamente. Agli uomini basta dire di tirare fuori gli attributi...».

Chi sono stati i più forti allenati?

«Ghedina sentiva dentro la velocità, Fill era il più talentuoso, Paris se sta bene e c’è da far andare gli sci è il top. Le donne? Elena Fanchini aveva un piede spaventoso, era bestiale nella velocità. Nadia era diversa, più tecnica».

Perché dice basta con la squadra?

«La cosa più difficile è la gestione degli umori. È difficile accontentare tutti e 7/8. Ora lavorando con Paris potrò fare un lavoro finalizzato per lui». Come è cambiato lo sci? «Un po’ troppo, secondo me: non condivido certe tracciature, perché se vai a 85 km/h non può essere discesa».

E come sta il movimento italiano?

«C’è un cambio generazionale, un po’ in tutte le discipline. Ma per me siamo troppo soft con i giovani: a 20 anni bisogna iniziare a dimostrare qualcosa, se facessimo più confronti a livello giovanile magari ne trarremmo beneficio».

Negli ultimi 30 anni passava in giro almeno 180 giorni ogni 12 mesi. E ora da allenatore del singolo come sarà?

«Avrò più tempo per me d’estate, a Collio taglio la legna e sistemo il prato. Ora non mi muoverò fino alla trasferta di Ushuaia in agosto. Mia moglie Cinzia è felice. Ma dopo due giorni di pioggia sul divano mi ha detto: "Non sei ancora pronto per stare fermo". Ha dato il suo benestare a questa nuova possibilità con Paris».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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