Sci, il decano Ghidoni: «Una medaglia e magari smetto»

Da San Colombano di Collio al timone dei velocisti: «È la mia ottava volta. Punto sulla discesa»
Fabio Tonesi

Fabio Tonesi

Giornalista

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SCI, PRONTI PER LA CINA

Non sappiamo ancora se sarà l’ultima tappa della sua lunga strada a cinque cerchi, l’unica cosa certa è che da San Colombano di Collio a Pechino, Alberto Ghidoni ha avuto la fortuna di vivere le Olimpiadi sotto tutte le sue forme. Da atleta a Sarajevo 1984 (16° in discesa e uscita in gigante) e da allenatore da Lillehammer 1994 in poi, senza soste, fino a quest’anno: sarà l’ottava volta, forse l’ultima, ancora da responsabile dei velocisti azzurri.

Consapevole

«Ho sessant’anni - dice l’ex carabiniere, che li compirà il 15 aprile - se portiamo a casa una medaglia bene e magari smetto». Non sappiamo cosa sarà se non fosse così, di certo quello che tra Ghidoni e il mondo della neve è nato prestissimo. Da bambino: «Ho iniziato col salto del trampolino, perché da me tutti lo facevano. Poi mi sono messo a fare discesa e ho continuato. Da allenatore all’inizio ci ho provato, poi mi ha appassionato e ho continuato».

Ricordi

Era in Coppa del Mondo negli anni ’80, ha iniziato da tecnico nei ’90: Ghidoni ha visto cambiare gli sport invernali, nel bene e nel male, che si parli di Giochi o no. «Le Olimpiadi sono il massimo, se vinci una medaglia sei nella storia. Da quando hanno iniziato a blindarle, però, non c’è più lo spirito olimpico: adesso esci dall’albergo, vai sulla pista, fai la tua prova e rientri in hotel e l’Olimpiade non la vivi, è tutto stressante. Almeno vedi gli atleti, capisci chi regge la pressione e l’outiseder che esce».

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Il ricordo più bello? «Quella di Sarajevo perché era più libero: con l’accredito vedevo tutto, dallo slittino all’hockey. C’erano meno controlli, ci si muoveva più liberamente: adesso è triste. Da tecnico la più bella forse nel ’98 a Nagano quando le medaglie in superG e discesa sfumarono all’ultimo, oppure a Pyeongchang 2018 quando Paris ci andò vicino».

Pronostici

A proposito, che chance abbiamo? «Sette posti sono pochi, almeno ne abbiamo 3 in discesa: il più esperto è Innerhofer e nei grandi appuntanementi raramente sbaglia. Paris vuole dimostrare ciò che vale e vincere una medaglia: penso che se vince l’oro possa smettere. Abbiamo possibilità nella libera, in superG si fa fatica. Ma nessuno conosce la pista, è tutto da scoprire. In slalom Razzoli vive una terza giovinezza, Vinatzer è veloce: se fa due manche regolari è da podio. Ma vince chi resterà freddo. Il buon Güstav Thoeni diceva: "Non sono io che vado forte, ma gli altri piano", perché per la tensione avevano il freno tirato».

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