Come l’orso, ma forse ancor più come il cinghiale, per non parlare delle nutrie e del pesce siluro. La minilepre (o silvilago), altrimenti detta «lapì» mutuando il francese lapin, è arrivata nella pianura bresciana esattamente come i suoi compagni sulla lista nera delle specie invasive: ce l’ha portata l’uomo. Erano gli anni Settanta. Un po’ dopo l’arrivo dei cinghiali e un po’ prima dell’introduzione dei pesci siluro nei bacini della pesca sportiva.
Se i primi hanno iniziato a proliferare e i secondi hanno solcato fiumi e torrenti per arrivare fino ai nostri laghi, alle minilepri è bastato fare le minilepri: coi loro proverbiali tassi riproduttivi, non ci hanno messo molto a colonizzare le pianure della Bassa. Golose di succose fragoline e fresca insalata, sono l’incubo dei custodi degli orti, gelosi dei frutti della loro terra che richiedono tanta cura e passione, costanza e sacrifici. Frutti e verdure – a loro dire – razziati da quei teneri coniglietti scatenati.
La presenza
Quanti sono? Difficile dirlo. «Prima di dire che ce ne sono troppi, servirebbero dati attendibili sulla loro presenza» spiega Paola Viviani, presidente di Enpa Brescia. Se per gli ingombranti cinghiali e siluri Regione Lombardia ha dati abbastanza puntuali (seppur basati su stime) necessari per strutturare le politiche di intervento e contenimento, per i lapì la situazione è diversa. Sono certamente una scocciatura, ma di proporzioni ben diverse.
Che va però a riproporre il tema dei temi. Come ci siamo arrivati? «Stiamo parlando di una specie che rientra nella fauna selvatica introdotta volutamente dall’uomo per facilitare l’attività venatoria negli anni Settanta – ricorda Viviani –. Ci si voleva divertire di più a caccia, e la minilepre era perfetta: piccola e con tassi di riproduzione altissimi. Il problema è che non è stata fatta una valutazione sugli effetti che la sua presenza avrebbe avuto sull’ecosistema».
Un po’ insomma quello che è successo con gli orsi, i cinghiali e il resto.
Massimo Ragusa, tecnico faunistico dell’Ambito territoriale di caccia (Atc), ha spiegato che di lapì ora «ce ne sono troppi. Non è bene, né per l’ambiente né per la caccia: dove ci sono loro ci sono meno lepri; e poi i cani sono distratti dalla loro presenza». «Eppure – replica Viviani – proprio Atc è l’organo deputato ad acquistare e introdurre gli animali per la caccia, anche a scopo ludico».
Conseguenze sull’ecosistema
Sostiene la presidente dell’Enpa che «l’ecosistema è stato boicottato dall’uomo» e che ora bisogna trovare una soluzione ponderata.
Posto appunto che i dati confermino l’emergenza, bisogna ricordare che «la minilepre fa parte della fauna selvatica ed è quindi qualificata dall'articolo 1 della legge n. 157/1992 come patrimonio indisponibile dello Stato». L'idea che un privato possa farsi giustizia da solo nell'orto di casa non solo dunque è sbagliata, ma del tutto fuorilegge.

Se è vero che la specie rientra tra quelle cacciabili secondo l'articolo 18 della medesima legge – proprio a causa di quei tassi riproduttivi che le permettono di compensare rapidamente la pressione venatoria –, il suo abbattimento può avvenire esclusivamente all'interno delle regole. Tradotto: la caccia è consentita solo a soggetti abilitati, nei periodi stabiliti dal calendario regionale, con i mezzi autorizzati e nei luoghi idonei, escludendo categoricamente giardini, cortili e proprietà private. Inoltre, qualsiasi intervento straordinario di contenimento che vada oltre la normale attività venatoria richiede un preciso piano di controllo faunistico approvato ai sensi dell’articolo 19.
Per dirla in altri termini, «il proprietario di un terreno che si ritrova l'insalata devastata non può catturare o uccidere liberamente questi animali per poi magari metterli in padella» sottolinea Viviani. Nemmeno l'idea che la caccia alla minilepre non preveda tetti ai prelievi – dice – è esatta: «L'eventuale assenza di un limite stagionale non significa assenza di regole, poiché restano sempre in vigore le restrizioni giornaliere fissate dal calendario venatorio. La possibilità di consumarne la carne, in sostanza, non rende lecito un abbattimento illegale».
Un chiarimento fondamentale, conclude la presidente dell'Enpa, per evitare di alimentare una superficialità pericolosa in una provincia già fortemente segnata dalle maglie nere del bracconaggio, dagli incidenti di caccia e dai sequestri. «Senza una corretta informazione sulle regole, il rischio è quello di far passare il messaggio errato che chiunque possa improvvisarsi cacciatore dietro casa, trasformando un problema ecologico e gestionale in un rischio reale per l'intera comunità. La caccia è solo una tra le soluzioni – aggiunge –: la minilepre è un predato, il problema è che non ci sono predatori in natura nella Bassa, come le volpi». Che forse andrebbero reintrodotte, ma come ci insegnano lapì e orsi, con le dovute valutazioni del caso.




