Con quel nasino all’insù e quelle orecchione a parabola pronte a intercettare il pericolo (sono sul menù di volpi e cani, quindi stanno sempre «in campana»), vien voglia di coccolarle. Impossibile, perché le minilepri (lapì in dialetto, dal francese lapin) sono velocissime: appena percepiscono una presenza guizzano via come un’anguilla tra le mani del pescatore inesperto.
Prolifici
Belli, carini e paffuti, però, sono troppi: riproducendosi letteralmente come conigli, stanno colonizzando la Bassa. Lo conferma Massimo Ragusa, tecnico faunistico dell’Ambito territoriale di caccia: «Ce ne sono troppi. Non è bene, né per l’ambiente né per la caccia: dove ci sono loro ci sono meno lepri; e poi i cani sono distratti dalla loro presenza».
E siccome il troppo storpia, c’è chi comincia a detestarli. Atteggiamento inconsueto perché di solito i conigli, celebrati anche in letteratura, fanno tenerezza. Quello di velluto di Margery Williams, ad esempio, rappresenta il potere dei sentimenti; Moscardo, invece, protagonista della Collina dei conigli di Richard Adams, è l’eroe di un romanzo epico.
Idem i cartoni animati, che li hanno antropomorfizzati: il goffo Roger Rabbit, il vivace Bugs Bunny, il tenero Simone Super Coniglio… Vox populi, inoltre, i coniglietti sono stati elevati a icone della Pasqua. Ora, però, questi orecchiuti lagomorfi cominciano a rompere.
I danni
Basta un giro in campagna all’imbrunire (escono col favore delle tenebre) per vederli in ogni dove. In alternativa, al mattino è sufficiente un’occhiata agli orti che, se non sono protetti, portano i segni delle razzie notturne. E fa rabbia che si permettono pure di essere selettivi: questo sì, quello no, come al ristorante.
Hanno un debole per l’insalata «Regina dei ghiacci», dolce e croccante, ma divorano anche broccoli e cavolfiori. Schifano, invece, sedano e melanzane, troppo coriacei per quelle boccucce a cuoricino: «Buchìne d’empiöm», direbbero i nostri nonni.

Le soluzioni
Sono tre. Prima: la caccia, che non a caso per le minilepri non prevede limiti ai prelievi. La seconda soluzione guarda a Madre Natura: spesso, quando una popolazione di conigli cresce a dismisura, scoppia un’epidemia che abbassa la densità. In attesa della pestilenza, qualcuno ha fatto come la vecchia di De André, che è passata alle vie di fatto, denunciando Bocca di Rosa all’autorità costituita.
Più pragmatici delle comari del paesino di Sant’Ilario, i bassaioli non hanno scomodato i carabinieri. Al grido «meglio in padella che nell’orto», hanno affrontato il problema a modo loro: arrosto di lapì con patate e rosmarino. Non è il coniglio alla royale bianca di Carlo Cracco, ma è pur sempre un bel mangiare. Qualcuno ha optato per il salmì. De gustibus…
Cinici senza cuore? Mah. In fondo hanno seguito la strada tracciata col granchio blu che da iattura dei mari è diventato squisito protagonista di zuppe, linguine e polpette. Col granchio nessuno ha avuto da eccepire: forse perché non ha il nasino all’insù, le orecchione a parabola e non fa squit squit.



