Com’è che il pesce siluro è diventato un problema per fiumi e laghi

C’è un particolare periodo dell’anno, che coincide con la fine della primavera e l’inizio dell’estate, in cui il problema viene letteralmente a galla. È il periodo in cui sardine e coregoni, ma anche altre specie del lago d’Iseo, sono in frega: per deporre le uova si avvicinano alle rive in massa, dove ad aspettarli trovano i pesci siluro, che senza troppo sforzo soddisfano il loro bisogno di cibo.
La conseguenza è che la fauna ittica autoctona «scompare o si riduce drasticamente» e si alterano «equilibri ecologici consolidati da millenni». L’analisi, pubblicata sul portale delle Torbiere del Sebino, è a cura di Graia, società di Varese che si occupa dello studio e del monitoraggio delle acque dolci, prevalentemente nel Nord Italia.
Chi è il pesce siluro
Il pesce siluro (Silurus glanis) è una specie alloctona, cioè non originaria del nostro ecosistema, introdotta in Italia a partire dal 1957. Questo gigante d'acqua dolce, che nel Sebino può arrivare a essere lungo anche un metro e mezzo con un peso intorno ai 28 kg (il dato si riferisce agli esemplari pescati nel 2024), predilige i grandi fiumi di pianura ma si adatta egregiamente anche ad ambienti lacustri e stagnanti, mostrando una notevole resistenza a condizioni di stress ambientale come torbidità elevata e carenza di ossigeno.
Raggiunge la maturità a circa tre anni: l'adulto è un predatore generalista e vorace, che si nutre principalmente di altri pesci, ma – come è stato osservato anche nella Riserva delle Torbiere – pure di anfibi, uccelli acquatici e piccoli mammiferi.

«Non fa una predazione selettiva – spiega il dottor Gaetano Gentili, tra i fondatori di Graia –, e nella stagione riproduttiva si limita a seguire i pesci in frega. Dunque si avvicina a riva e proprio quando si trova in acque basse è particolarmente dannoso».
Come è arrivato nelle nostre acque
Come capitato per altre specie aliene, come il cinghiale, anche la responsabilità dell’arrivo del pesce siluro sarebbe da ricondurre all’uomo. «L’ipotesi principale – dice Gentili – è che la diffusione nei corsi d’acqua e nei laghi della pianura padana sia stata una conseguenza dell’immissione del siluro nei laghetti per la pesca sportiva: un pesce grande e pesante sembrava una preda particolarmente ambita per questo tipo di attività. La colonizzazione capillare del territorio è avvenuta poi con spostamenti naturali».
L’introduzione nel Nord Italia risalirebbe più o meno agli anni Ottanta, la proliferazione è proseguita nel corso degli anni e interessa oggi «tutte le acque della pianura padana. Se analizziamo i laghi bresciani, il siluro è meno presente nel Garda rispetto ad altri bacini, ma solo perché il suo arrivo è più recente».

Dove vive
Dunque il pesce siluro preferisce i laghi e i corsi d’acqua di pianura, mentre «in montagna – specifica Gentili – colonizza solo i primi tratti degli immissari perché non ama le acque fredde e con correnti troppo veloci. Per il Sebino, parliamo del primo tratto del fiume Oglio nella bassa valle Camonica».
E se d’inverno si ritira nelle profondità del lago, d’estate gradisce le zone che per prime raggiungono temperature più alte, con acque meno profonde, con canneti e vegetazione, e disponibilità di cibo senza troppo sforzo. Tra maggio e luglio, quando più esemplari si concentrano nello specchio d'acqua tra Sarnico e Clusane d’Iseo, è più facile catturarli. «Censire le specie acquatiche è quasi impossibile – sottolinea Gentili –, più semplice è monitorare le zone costiere per avere una stima della presenza del siluro».
L’attività di contenimento

Tra i luoghi prediletti c’è ovviamente la Riserva delle Torbiere, un’area con acque poco profonde e per sua natura delimitata, ma connessa al lago d’Iseo. Qui è più facile catturare i siluri nella stagione in cui si avvicinano a riva ed è qui che si sono concentrati gli interventi di contenimento finanziati da Regione Lombardia. «Qui possiamo fare una valutazione statistica partendo dai risultati della pesca, a parità di sforzo messo in campo – spiega Gentili –: misuriamo gli effetti in maniera indiretta».
Il piano triennale di Regione Lombardia 2023-2025 è stato finanziato con 900mila euro e comprende anche il fiume Oglio e il lago d’Iseo. I fondi sono destinati a Enti parco fluviali e Riserve naturali, tra cui, appunto, le Torbiere e il Parco dell’Oglio.

Nel corso del 2024, nell’area delle Lame, sono stati catturati con l’elettropesca 249 esemplari, per un peso totale di 1814 chilogrammi. Il più grande era lungo 150 centimetri, per un peso di 28,1 kg.
Elettropesca, pesca subacquea, reti a maglia larga
Le tecniche per la cattura del siluro utilizzate sul lago d’Iseo sono tre e si basano sul principio del contenimento selettivo.
Alla Riserva della Torbiere, e in particolare alle Lame e alle Lamette, si utilizza principalmente l’elettropesca. Con un guadino elettrificato si stordisce il pesce, con una sorta di «anestesia fisica generata da un impulso elettrico: è l’operatore – specifica Gentili – a gestire l’intensità e la durata delle scosse. A quel punto l’animale è inguaiato e lo si può osservare, oppure, come nel caso del siluro, catturare». L’elettropesca in particolare «è adatta ad ambienti di dimensioni contenute, come appunto le Torbiere o il fiume Oglio: qui si possono avere buoni risultati, avrebbe invece poco senso utilizzarla in corsi più grandi, come il Po».

Sul Sebino è stato anche sottoscritto un accordo con il Gruppo Sub Iseo, che per il tipo di attività possono spingersi anche in acque più profonde, dunque non solo a riva e non solo nel periodo tardo primaverile ed estivo.
Infine, le reti. Uno strumento efficace, soprattutto da quando – in tempi recenti – Regione Lombardia ha autorizzato l’utilizzo di una tipologia specifica per il pesce siluro, che ha maglie particolarmente grandi.
I costi, anche per il territorio
Ad utilizzare queste reti sono i pescatori professionisti, che nelle scorse settimane hanno lanciato l'ennesimo grido d’allarme per la carenza di sardine nelle acque del lago d’Iseo.
«Le pescate si sono fatte misere – ha raccontato pochi giorni fa Raffaele Barbieri, pescatore con un passato da consigliere comunale delegato alla pesca –. Se nelle reti trovi 20-30 esemplari vuol dire che qualcosa non va. Un altro brutto segno è il fatto che quelle che si pescano sono tutte di taglia grossa e mancano i piccoli».
Le cause? Per Marzio Danesi i motivi sono più di uno ma il principale sarebbero «i predatori d’acqua, sopra tutti il siluro, ma anche gli uccelli acquatici, come gli svassi, le anatre e i cormorani, presenti sull’Iseo a migliaia, che non solo si mangiano le sardine ma fanno incetta delle loro uova già depositate vicino alle rive».
Il costo della presenza del siluro nelle acque bresciane è difficilmente calcolabile, perché impatta sull’attività di pesca con tutte le conseguenze del caso; perché richiede lo stanziamento di fondi, come abbiamo visto, per il contenimento; e infine perché, per ripopolare poi il lago delle specie autoctone preda del siluro, bisogna investire sugli incubatori.
«Il progetto di ripopolamento del coregone ha funzionato bene – conclude Gentili –, per altre specie al momento non è necessario. La sardina, per esempio, è resiliente e si è sempre tutelata da sola». Ma ogni stagione è diversa e ogni si riapre il tema del contenimento di una specie che, se non importata dall’uomo, non sarebbe mai arrivata nelle nostre acque.
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