Scuola

Mantovani: «Il teatro a scuola non lascia fuori nessuno»

Il racconto ricco di storie ed emozioni di chi da anni porta nelle scuole esperienze teatrali: «Fondamentali gli insegnanti con cui collaboro, bisognerebbe renderle curricolari al pari della musica»
Francesca Sandrini

Francesca Sandrini

Vicecaposervizio

Uno degli spettacoli messi in scena a scuola
Uno degli spettacoli messi in scena a scuola

Scoprire il teatro o talenti personali che non si sapeva di avere, superare ostacoli come la timidezza o vedere valorizzate caratteristiche che in altri contesti possono creare problemi. È il potere del teatro a scuola nel racconto – ricchissimo di storie ed emozioni – di Sonia Mantovani, che da anni collabora con diversi istituti bresciani portando esperienze preziose tra gli alunni più giovani, addirittura della scuola dell’infanzia.

Sonia Mantovani
Sonia Mantovani

Com’è cominciata?

Vengo dal teatro amatoriale, nel 1991 ho fondato la compagnia Teatrinitas che, insieme a molte altre nate all’interno degli oratori, ha vissuto una stagione di grande seguito e soddisfazioni. Noi abbiamo addirittura fatto sold out quattro volte al Grande, andavamo regolarmente in trasferta e abbiamo calcolato che in trent’anni abbiamo raccolto con i biglietti 35-40mila euro, andati in beneficenza. Prima del Covid, però, c’è stata una frenata.

Che cosa è successo?

Le famiglie, che di fatto erano il nostro target, hanno praticamente smesso di condividere momenti semplici (seppur con dietro un grande lavoro) e divertenti come uno spettacolo teatrale. L’esperienza di Teatrinitas è finita. Alcune compagnie resistono, le seguo con affetto. Ma il mondo è cambiato.

E il teatro a scuola com’è entrato nella sua vita?

Attraverso uno dei miei tre figli, nel 2010: lui era in terza elementare, la sua insegnante sapendo della mia attività mi ha chiesto di aiutarla a mettere in scena un musical. La scuola era la primaria Quasimodo, le classi due quarte e due quinte, lo spettacolo «Alice», che avevo già nel repertorio della mia compagnia teatrale, per cui ho potuto mettere a disposizione copione e costumi. È stato un successo, tanto che di lì a poco la dirigente scolastica mi ha chiesto di organizzare qualcosa di simile per tutta la scuola – 13 classi. Abbiamo messo in scena il Pinocchio dei Pooh al teatro Colonna, dove ogni sera si esibivano tre classi. Da lì è venuto tutto il resto, cui si è aggiunta una laurea al Dams con una tesi proprio sul musical nella scuola primaria che comprendeva tra l’altro una parte dedicata agli alunni con difficoltà.

Ma come funziona la sua attività nelle scuole?

Devo dire innanzitutto che le insegnanti sono fondamentali in tutte le fasi. Sono loro che, quando arrivo, mi danno una panoramica della classe e loro che spesso mi suggeriscono come distribuire le parti a seconda delle attitudini dei bambini. Poi io parto dai classici giochi di riscaldamento, senza mai forzare nessuno (il mio motto con i partecipanti è «siamo a scuola ma non siamo a scuola»). Cominciamo quindi a parlare dello spettacolo, di cosa comporta; in questa fase capita che qualcuno dica che non lo farà, ma generalmente in seguito cambia idea. Ancora: si divide la storia in quadri, si assegnano i ruoli, anche in questo caso senza forzature. Per esempio, va bene stimolare un bambino timido, ma magari non gli si assegnerà la parte del protagonista, che bisogna essere in grado di reggere. Seguono le prove, sempre in compresenza con la maestra, che s’incarica anche di ripassi vari.

Ha mai incontrato qualche difficoltà?

Più che altro qualche resistenza da parte di insegnanti già oberati da mille incombenze oppure non troppo portati per questo tipo di iniziative. Allargando il discorso, sarebbe opportuno che il teatro fosse riconosciuto come materia scolastica al pari della musica. Dal 2015 è stato ufficialmente riconosciuto il valore formativo dell’esperienza teatrale, ma ci si è fermati lì. In tempi recenti sono arrivati finanziamenti nell’ambito del Pnrr, che però sono finiti. La verità è che il teatro viene sempre per ultimo, anche nella percezione delle famiglie: prima c’è lo sport, poi lo strumento musicale…

E le soddisfazioni maggiori?

Porto nel cuore l’esperienza alla scuola primaria di Caino perché alla fine tutto il paese ha partecipato: i nonni per le scenografie, le mamme per i costumi… il nostro spettacolo, il musical del «Re Leone», è diventato un vero e proprio evento cittadino. Poi ho mille ricordi: il ragazzino con un’intonazione eccezionale, mai sentita, e la ragazzina che aveva un blocco della parola ed è riuscita a recitare la sua battuta; la bambina che all’inizio dell’anno se ne stava in un angolo a disegnare anziché partecipare alle lezioni di teatro, e in maggio cantava e ballava sul palco; il bambino iperattivo che è stato valorizzato lasciandolo scatenare nella danza e quello autistico che è stato capace di interpretare un albero, ovvero di rimanere fermo per tutto il tempo necessario. Perché il teatro non lascia fuori nessuno, dà mille possibilità di inclusione. In una scuola, abbiamo anche risolto un caso di bullismo. Più in generale, l’esperienza teatrale è un forte collante all’interno della classe, e un grande stimolo della creatività: succede che i bambini vengano a farmi delle proposte sorte anche dal confronto tra loro, che vanno dalla distribuzione dei ruoli alla costruzione di oggetti funzionali alla messa in scena – non va dimenticato che il teatro offre molto anche a chi ama l’attività manuale. Non a caso una delle mie allieve è diventata scenografa.

E gli altri che sono cresciuti?

Moltissimi, che mi accade di incontrare, mi raccontano di aver intrapreso percorsi di studi di musica o danza proprio dopo aver sperimentato la bellezza del teatro.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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