Schizofrenia, almeno un terzo dei deficit cognitivi è modificabile

Lo dimostra lo studio condotto dal Dipartimento di Salute Mentale dell’Università di Brescia diretto da Antonio Vita: farmaci, sonno, stile di vita e condizioni sociali hanno un peso sulle prestazioni cognitive
Neuroni (foto simbolica)
Neuroni (foto simbolica)
AA

In Italia si stima che la schizofrenia interessi circa 300 mila persone, con una prevalenza intorno allo 0,6% della popolazione adulta. Tra queste, oltre l’80% presenta un deficit cognitivo che incide in modo significativo sulla capacità di lavorare, mantenere relazioni sociali e gestire la vita quotidiana, ed è uno dei principali fattori che determinano la qualità della vita quotidiana, anche più dei sintomi psicotici.

Ma non tutto il deficit cognitivo è direttamente espressione della malattia. Una parte, almeno un terzo, può essere infatti legata a fattori esterni e potenzialmente modificabili. Questo approccio segna un cambio di prospettiva nella gestione della schizofrenia, spostando l’attenzione dal solo controllo dei sintomi psicotici alla valutazione sistematica dei fattori che possono influenzare il funzionamento cognitivo.

Lo studio bresciano

I dati dello studio italiano, condotto dal Dipartimento di Salute Mentale dell’Università di Brescia diretto da Antonio Vita, presidente della Società Italiana di Psichiatria, sono stati presentati nell’ambito del Congresso Europeo di Psichiatria (EPA 2026) in corso a Praga. «Una quota significativa dei deficit cognitivi, almeno un terzo, osservati nelle persone con schizofrenia è riconducibile a fattori secondari e quindi, almeno in parte, modificabile – spiega Vita –. Si tratta di un aspetto cruciale, perché apre a margini concreti di intervento».

La distinzione

Il contributo del gruppo dell’Università di Brescia introduce una distinzione chiave tra deficit cognitivo «primario» e «secondario». Il primo riflette la componente neuroevolutiva intrinseca della schizofrenia e coinvolge diverse funzioni – dalla memoria all’attenzione, fino alle funzioni esecutive e alla cognizione sociale  spesso già prima dell’esordio della psicosi, con un andamento relativamente stabile nel tempo.

Il deficit cognitivo secondario, invece, è determinato da fattori che possono peggiorare ulteriormente le prestazioni cognitive. Tra questi rientrano il carico di farmaci con effetti anticolinergici, l’utilizzo di antipsicotici di prima generazione e benzodiazepine, la sindrome metabolica, i disturbi del sonno, la sedentarietà, l’uso di sostanze – in particolare la cannabis – e la deprivazione sociale.

Miglior qualità della vita

«Distinguere queste due componenti è fondamentale nella pratica clinica – prosegue Vita –. Se il deficit primario richiede interventi strutturati come la riabilitazione cognitiva e una gestione ottimizzata della terapia, quello secondario impone un lavoro sistematico di identificazione e riduzione dei fattori che lo determinano».

In questa prospettiva, la gestione della schizofrenia si amplia oltre il controllo dei sintomi psicotici, includendo la revisione delle terapie in funzione dell’impatto cognitivo, la gestione delle comorbidità metaboliche, la promozione dell’attività fisica, il trattamento dei disturbi del sonno, il contrasto all’uso di sostanze e programmi di inclusione sociale e lavorativa. Un approccio che può tradursi in un miglioramento concreto del funzionamento quotidiano e della qualità della vita delle persone con schizofrenia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@News in 5 minuti

A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.

Suggeriti per te

Caricamento...
Caricamento...
Caricamento...