Il sintomo o la malattia non sono la persona. Incontrare il paziente significa accoglierne tutti gli aspetti e puntare sulla sua innata capacità di autoguarigione.
È con questo sguardo che la dottoressa Patrizia Calia, medico di medicina generale, si accosta ai propri pazienti, inserendo anche l’uso di uno strumento quale l’ipnosi, che ancora oggi evoca paura, diffidenza, ma anche curiosità. Per coglierne meglio le potenzialità di applicazione e i reali benefici abbiamo incontrato la dottoressa.
Anzitutto, dottoressa Calia, come nasce in lei questo interessamento all’ipnosi?
Ho iniziato a interessarmi all'aspetto corpo-mente già all'inizio della mia attività. Ho incontrato pazienti gravemente ammalati che, invece di utilizzare tutte le risorse personali nel percorso di guarigione, continuavano a rimuginare su ferite e traumi del passato, vivendo rabbia e rancore. Questo mi ha spinto a studiare questo stretto rapporto fra psiche e corpo.
Che ruolo ha oggi l’ipnosi clinica nella sua attività di medico di medicina generale?
La realtà della medicina generale non contempla la possibilità di integrare l'ipnosi. Quello che mi aiuta nello svolgimento della mia attività è la conoscenza della psicologia. Pertanto non mi limito a curare la malattia, ma cerco di vedere la persona nel suo insieme. Inoltre presto molta attenzione alla comunicazione, tenendo ben presente il possibile effetto placebo o nocebo delle parole, dei toni e dei gesti di un medico.

Che cos’è, in termini semplici, l’ipnosi clinica?
L'ipnosi clinica approccia la componente psicologica della malattia fisica. Ha lo scopo di far emergere le risorse profonde del paziente per aiutare i processi di guarigione. L'ipnosi è suggestione, ma nell'ambito medico non c'è ovviamente nulla di spettacolare. Questo aspetto non serve né al medico né al paziente. È una pratica seria al servizio del benessere.
Per che tipo di problemi viene usata?
L'ipnosi medica è volta ad aiutare principalmente i pazienti con disturbi psicosomatici, con conseguenze fisiche da stress cronico, con dolore cronico. Donne in gravidanza che vogliono partorire in ipnosi, e tanto altro.
Come si svolge concretamente una seduta?
Le mie sedute si svolgono così: il paziente viene invitato a trovare una posizione comoda in poltrona o sul lettino. Può chiudere gli occhi per concentrarsi meglio e io lo induco a rilassarsi sempre più profondamente. Quindi propongo di visualizzare immagini specifiche per risvegliare sensazioni utili, superare ostacoli, attivare l'inconscio, sede delle nostre risorse profonde.
Il paziente durante la seduta resta cosciente e consapevole?
Se la persona ipnotizzata ha bisogno di mantenere il controllo, entrerà in uno stato di trance leggero; altrimenti potrà vivere l'esperienza come «vera», come quando sogniamo. In genere questo succede andando avanti con le sedute.
Che tipo di collaborazione è richiesta al paziente ed è sempre possibile praticarla?
Al paziente viene chiesto semplicemente di affermare a se stesso di essere determinato a stare meglio e di voler lasciare andare tutto ciò che di negativo ancora conserva. Poi di lasciarsi andare a un'esperienza piacevole e rigenerante. L'ipnosi è sconsigliata a chi soffre di disturbi borderline, allucinazioni o delirio.
L’ipnosi può affiancare terapie farmacologiche e altri trattamenti?
Io, per scelta, seguo solo i pazienti che usano contemporaneamente le terapie convenzionali suggerite dalle attuali conoscenze scientifiche. L'effetto può essere sinergico. Quando mente e corpo si parlano, si ottiene un risultato più vantaggioso.
Che risposta osserva nei pazienti quando integra questi due approcci?
La persona che pratica con regolarità meditazione, rilassamento profondo, ipnosi o autoipnosi riesce a controllare meglio i disturbi e a gestirli. Facciamo un esempio pratico: una persona sottoposta a forte stress lavorativo può sviluppare una gastrite. Se si impegna a usare tecniche mentali specifiche può ridurre lo stress e, di conseguenza, il problema di salute.

Può raccontarci un caso concreto – nel rispetto della privacy – in cui l’ipnosi ha fatto la differenza nel percorso di un paziente?
Ne avrei tantissimi da raccontare... Riporto l'ultimo caso che ho trattato in questi giorni. Uomo adulto afflitto da acufene. Questo disturbo è veramente molto fastidioso e invalidante. Nella prima seduta ho insegnato al paziente delle piccole pratiche di rilassamento, registrando una traccia e invitandolo ad ascoltarla più volte. L'acufene purtroppo non ha cure valide e lo scopo, in questo caso, è stato quello di svuotarlo della componente ansiosa che lo amplifica enormemente.
Nelle sedute successive abbiamo aiutato il cervello a non percepire il suono come pericoloso, a non prestare troppa attenzione. Il suono è stato presentato come un rumore lontano, un fruscio, come se fosse vento che passa fra le finestre o come un treno che viaggia lontano. Il paziente adesso convive con il suo sintomo più serenamente, perché ha imparato a non averne timore e a non focalizzarsi su di esso.
Che spazio ha oggi l’ipnosi clinica all’interno del servizio sanitario?
L'unico ospedale che conosco che offre questo servizio è il reparto di Medicina Psicosomatica dell'ospedale San Carlo di Milano. Però, con l'inserimento di psicologi in alcuni reparti ospedalieri, credo che tecniche simili vengano offerte nei momenti critici della vita del paziente.
Secondo lei, questo tipo di approccio è destinato a diffondersi maggiormente?
Spero che con il tempo ci sia una maggiore conoscenza di queste tecniche e che vengano applicate in modo più continuativo.
Che cosa si sente di dire a chi è curioso, ma non ha mai preso in considerazione l’ipnosi?
Sappiamo che gli emisferi cerebrali hanno compiti differenti. Il sinistro è quello logico-matematico. Il destro è quello immaginativo, quello dei sogni, delle metafore e dei simboli. In ipnosi si valorizza questo emisfero, che tanto ancora ci può aiutare, per far sì che ricordiamo di essere ancora quei bambini che siamo stati e che ci aiuta a portare in superficie le nostre potenti risorse profonde custodite nel nostro inconscio.




