Salute e benessere

Che cos’è l’ipnosi (e soprattutto cosa non è)

Pendoli che oscillano, volontà annullate, stati misteriosi a metà tra sonno e incoscienza: è un immaginario che appartiene più allo spettacolo che a ciò che realmente accade e si verifica quando si accede allo stato di trance
L'ipnosi è uno stato alterato della coscienza
L'ipnosi è uno stato alterato della coscienza

L’ipnosi continua a evocare immagini che appartengono più all’intrattenimento o allo spettacolo che a metodiche cliniche o di ricerca scientifica: pendoli che oscillano, volontà annullate, stati misteriosi a metà tra sonno e incoscienza dove la persona sembra obbedire ciecamente a richieste esterne, priva di cognizione e senso critico.

Che cosa accade

In realtà, la ricerca degli ultimi decenni ha ridimensionato questo immaginario, restituendoci una pratica molto concreta, capace di apportare miglioramenti significativi in ambito di cura o prevenzione di malattie, disturbi e dipendenze o nel potenziamento personale. L’ipnosi è uno stato di coscienza modificato – la trance – non così distante da quando ci perdiamo in un libro o restiamo assorti nei pensieri: l’attenzione si restringe, il mondo esterno sembra sfumare, mentre l’esperienza interna diventa più intensa.

Durante la trance succedono alcune cose interessanti. Il confine tra immaginazione e percezione si fa più sottile: un’immagine guidata può essere vissuta quasi come reale, con effetti concreti sul corpo. Per questo, ad esempio, si può lavorare sul dolore o su alcune reazioni emotive. Non significa perdere il controllo, ma sospendere, almeno in parte, quel dialogo critico che filtra ogni esperienza. Ad attivarsi è, infatti, l’emisfero destro, competente per emozioni, immaginazione, intuizione.

Attraverso una guida – spesso la voce dell’operatore – la persona viene accompagnata a focalizzarsi, a rilassare il corpo, a seguire immagini e suggestioni. Il tempo può sembrare dilatarsi o contrarsi, il corpo diventare più leggero o più pesante, e alcune percezioni, come il dolore, attenuarsi sensibilmente. Non c’è nulla di forzato: senza consenso e partecipazione attiva, l’ipnosi semplicemente non avviene.

Oggi viene utilizzata in ambito clinico per gestire ansia, fobie e dolore, ma anche in medicina, ad esempio durante il parto o in alcune procedure chirurgiche. Parallelamente, ha trovato spazio nella crescita personale e nel coaching, dove viene impiegata per lavorare su convinzioni, abitudini e obiettivi, anche sportivi, ad esempio.

Quando nasce

Il percorso che ha portato a questa visione è lungo e non privo di fraintendimenti. Nel Settecento Franz Anton Mesmer parlava di «magnetismo animale», immaginando un fluido invisibile che attraversava i corpi. Nell’Ottocento James Braid introdusse il termine «ipnosi» e ne propose una lettura più scientifica, legata ai processi dell’attenzione. In Francia, Jean-Martin Charcot la associò a condizioni patologiche, mentre Hippolyte Bernheim ne mise in luce il legame con la suggestione, aprendo all’idea che fosse un fenomeno molto più diffuso. Anche Freud, prima di abbandonarla, contribuì a orientare lo sguardo verso l’inconscio.

La svolta decisiva arriva nel Novecento con Milton Erickson, che trasforma l’ipnosi in uno strumento flessibile, quasi sartoriale. Niente più formule rigide, ma anzi si va alla ricerca dell’unicità del soggetto, al centro c’è la persona, con il proprio linguaggio, le proprie immagini, le proprie risorse. È un cambio di prospettiva che ha influenzato non solo la terapia, ma anche il modo di intendere la comunicazione e il cambiamento.

Al netto dei miti, l’ipnosi resta una capacità naturale della mente: quella di entrare, quando serve, in uno stato di concentrazione profonda in cui immaginazione e realtà si avvicinano abbastanza da permettere di riscrivere qualcosa dentro di sé e assecondare un cambiamento.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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