Generazione sandwich, stretta tra figli adolescenti e genitori anziani

L’indice di vecchiaia nel Bresciano vola a quota 184, mentre il tasso di occupazione femminile resta al palo. La dott.ssa Ugazio parla del fenomeno che porta a burnout
Sono più spesso le donne a sentirsi schiacciate tra l'accudimento dei figli adolescenti e dei genitori anziani
Sono più spesso le donne a sentirsi schiacciate tra l'accudimento dei figli adolescenti e dei genitori anziani
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È uscito il nuovo spin-off di Qualità della vita, la ricerca del Giornale di Brescia che vuole misurare lo state di salute del nostro territorio. Si parla di Longevity, ovvero della terza età: l’abbiamo raccontata attraverso numeri e interviste. Qui trovate tutti gli articoli pubblicati.

L’invecchiamento della popolazione bresciana non è solo un numero statistico, ma una pressione silenziosa che sta trasformando il volto delle nostre famiglie.

In una provincia dove l’indice di vecchiaia ha toccato quota 184 (con picchi di 204 nel capoluogo), il peso della cura ricade su una generazione specifica. Nonostante il mercato del lavoro bresciano mostri segnali di vitalità, il tasso di attività femminile fatica a mantenere il passo, fermandosi al 57% a inizio 2026. Dietro questi numeri si nasconde la «Generazione Sandwich»: donne strette tra l'accudimento di genitori sempre più longevi e figli la cui indipendenza sembra un traguardo mobile.

Ne abbiamo parlato con la dottoressa Sara Ugazio, psicologa, psicoterapeuta e referente del servizio di psicologia di Fondazione Teresa Camplani - Domus Salutis.

Dottoressa Ugazio, il termine «sandwich» evoca l'essere schiacciati. Chi sono le donne che arrivano nel suo studio con questa richiesta d'aiuto?

«Sono prevalentemente le nate tra gli anni '60 e '70, le cinquantenni e sessantenni di oggi. Rappresentano una "terra di mezzo" sociale: da un lato hanno la responsabilità educativa di figli che non sono ancora autonomi, dall'altro la gestione assistenziale di genitori anziani e spesso fragili. È un fenomeno quasi totalmente femminile: anche se non vogliamo escludere gli uomini, i dati sull'occupazione a Brescia ci dicono che sono le donne a sacrificare il lavoro o il tempo libero. Si pensa ancora che le donne lascino il lavoro solo per i bambini piccoli, ma oggi l’accudimento è su un doppio fronte, molto più logorante».

Perché questa situazione è diventata così esplosiva proprio negli ultimi anni?

«Siamo di fronte a un cambiamento strutturale della società. Diventiamo genitori sempre più tardi, spesso verso i 40 anni, mentre l’aspettativa di vita si è alzata tantissimo. Questo crea una sovrapposizione temporale inedita: ci troviamo con figli adolescenti o giovani adulti proprio mentre i nostri genitori entrano in quella fase di "grande vecchiaia" che può durare vent'anni. Le donne devono gestire contemporaneamente carriera, gestione domestica, crisi adolescenziali e decadimento cognitivo dei vecchi. Questo porta inevitabilmente a burnout, stress cronico e un senso profondo di inadeguatezza».

Lei parla spesso di una «società della performance» che aggrava questo quadro. In che modo?

«Viviamo in un contesto "on demanding" che chiede alle donne di essere perfette in ogni ruolo: manager, madri, mogli e figlie devote. Se una donna manca in uno di questi ambiti, scatta subito l’etichetta sociale: se non gestisci i genitori sei "una ingrata", se sbagli con i figli sei "una fallita". Questa pressione al perfezionismo spinge le donne a voler controllare tutto, a essere forzatamente multitasking, esaurendo ogni risorsa psicofisica».

In questo scenario, come cambia la dinamica con i figli?

«Oggi i figli non sono più una risorsa d'aiuto come in passato, ma una fonte ulteriore di stress. In questa società del perfezionismo, le madri tendono a iper-proteggerli e a sostituirsi a loro per garantire che siano sempre performanti. Risultato? Abbiamo "adolescenti perenni" che restano in casa fino a 30 anni e oltre, abituati a essere gestiti in tutto. Per la donna sandwich, il figlio diventa un altro soggetto da monitorare anziché qualcuno su cui fare affidamento.»

C'è poi l'aspetto più doloroso: il rapporto con i genitori che invecchiano. Lei parla di «ambivalenza terribile». Cosa intende?

«È un conflitto emotivo lacerante. Da un lato c’è l’amore e il ricordo del genitore forte; dall'altro nasce un sentimento quasi di "risentimento" verso quello stesso genitore che magari soffre di demenza o avanza richieste asfissianti. Le donne vivono malissimo questo sdoppiamento perché il senso di colpa impedisce loro di accettare che si possa provare rabbia verso chi si ama. È un "lutto continuo": perdi il genitore come punto di riferimento e perdi la tua stessa giovinezza e progettualità nel servirlo».

Quali sono le conseguenze sulla vita di coppia?

«Spesso il matrimonio è la prima vittima. La coppia smette di essere un luogo di affettività e intimità per diventare un "team operativo": ci si divide una lista di compiti, dove però il carico maggiore resta alla donna. Quando i confini della coppia vengono invasi dai problemi dei nonni e dei figli, l'intimità sparisce. Non è raro che il partner che si sente trascurato finisca per cercare evasioni altrove, portando alla rottura definitiva di equilibri già precari».

Gli uomini sono davvero così distanti da questa sofferenza?

«Il fenomeno è speculare, i sintomi di stress sono identici, ma l'uomo è culturalmente più giustificato. Se un uomo ci prova e sbaglia, la società dice: "poverino, almeno ci ha provato, deve anche lavorare". La donna non ha questo sconto. Spesso gli uomini tendono a delegare il carico alle sorelle o alle ex mogli. Nella generazione X, quella dei 50-60enni, l'uomo non fa "il mammo": se lo fa è considerato un eroe, per la donna è il minimo sindacale».

Come si può uscire da questa spirale di burnout?

«Non può essere un problema risolto individualmente dalle donne. Serve un cambio di passo collettivo. Le aziende devono offrire welfare, supporto di coaching e flessibilità; la società deve garantire servizi psicologici accessibili. Ma il cambiamento deve partire anche dall'interno: le donne devono imparare a chiedere aiuto e, soprattutto, a permettersi di non essere perfette. Bisogna accettare che si può sbagliare, che si può mancare a un impegno senza per questo essere "cattive figlie"».

Cosa consiglia a chi sente di non farcela più?

«Di rompere l'isolamento. Spesso ci si vergogna di ammettere la propria stanchezza perché viviamo nella cultura della performance. Cercate condivisione, che sia un professionista, un’amica o una rete di vicinato. È fondamentale riprendersi degli spazi propri e capire che il sacrificio totale non salva nessuno, anzi, distrugge la salute di chi cura. La situazione è destinata a peggiorare numericamente: gli anziani saranno sempre più vecchi e i giovani diventeranno adulti sempre più tardi. Dobbiamo attrezzarci ora, come comunità, per non lasciare queste donne sole al centro del sandwich».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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