Salute e benessere

Solitudine degli anziani, la psicologa: «La relazione è la prima medicina»

Con le città che si svuotano per le vacanze, l'isolamento degli anziani rischia di diventare un'emergenza silenziosa. La psicoterapeuta Chiara Vecchi aiuta a riconoscere i campanelli d'allarme e svela il potere dei piccoli gesti quotidiani
Daniela Affinita
L'estate spesso è sinonimo di solitudine per gli anziani
L'estate spesso è sinonimo di solitudine per gli anziani

L'estate può accentuare un problema che riguarda tutto l'anno: la solitudine degli anziani, con le città che si svuotano, le attività che si fermano e i familiari spesso in vacanza, il senso di isolamento può diventare ancora più pesante.

Ne abbiamo parlato con la dottoressa Chiara Vecchi, psicologa e psicoterapeuta Fondazione IR Falck.

La solitudine degli anziani è un problema sempre più diffuso. Quanto incide davvero sulla salute?

«Incide moltissimo, oggi sappiamo che la solitudine non influisce soltanto sul benessere psicologico, aumentando il rischio di depressione, ansia e declino cognitivo, ma può avere conseguenze anche sulla salute fisica. È importante però fare una distinzione: essere soli non significa necessariamente sentirsi soli. Quello che pesa davvero è la sensazione di non poter contare su qualcuno, di non sentirsi parte di una rete di relazioni significative».

L'estate è uno dei periodi più difficili?

«La solitudine non è un fenomeno stagionale, ma durante l'estate può accentuarsi. Molte attività vengono sospese, i familiari partono per le vacanze, il caldo limita gli spostamenti e le occasioni di incontro diminuiscono. Per chi vive già una situazione di fragilità tutto questo può aumentare il senso di isolamento».

Quando la solitudine diventa un vero fattore di rischio?

«Quando si inserisce in una situazione già fragile, magari caratterizzata da problemi di salute, perdita dell'autonomia, pensionamento o lutti importanti. Sono tutti eventi che modificano profondamente la vita di una persona. Se a questo si aggiunge la mancanza di relazioni significative, il rischio di peggioramento aumenta».

Quali sono i segnali che familiari e amici non dovrebbero sottovalutare?

«Più che la tristezza, spesso bisogna osservare i cambiamenti, un anziano che smette di uscire, perde interesse per le attività che prima gli piacevano, trascura la propria persona, dorme male, mangia meno oppure diventa improvvisamente irritabile sta lanciando un segnale. Il compito di chi gli vuole bene è accorgersi di questi cambiamenti e non lasciarlo solo».

Quanto incidono eventi come la perdita del coniuge o il pensionamento?

«Sono momenti delicati perché obbligano la persona a ridefinire il proprio ruolo e le proprie abitudini, anche una diagnosi di demenza può rappresentare un passaggio difficile, non solo per chi la riceve ma anche per i familiari che se ne prendono cura. Per questo è fondamentale mantenere viva una rete di sostegno».

Il pensionamento e la perdita del coniuge sono momenti delicati
Il pensionamento e la perdita del coniuge sono momenti delicati

Cosa possono fare figli e nipoti, anche se hanno poco tempo?

«Non servono gesti straordinari, una telefonata, una visita, un pranzo insieme o anche solo qualche minuto di ascolto sincero possono fare una differenza enorme, la relazione si costruisce nella continuità. Gli anziani hanno bisogno di sentirsi ancora importanti e di sapere che qualcuno pensa a loro».

Le attività di gruppo e il volontariato possono davvero aiutare?

«Sì, perché permettono di continuare ad avere un ruolo nella comunità, frequentare un'associazione, un centro anziani o fare volontariato significa creare nuovi legami, mantenere attive le capacità cognitive e sentirsi ancora utili. È uno degli strumenti più efficaci per contrastare la solitudine».

Anche la tecnologia può essere un aiuto?

«Può esserlo, se utilizzata nel modo giusto, videochiamate, messaggi e social network possono mantenere vivi i rapporti con familiari e amici lontani, ma non devono sostituire il contatto umano. La tecnologia è utile quando diventa un ponte verso le relazioni e non quando prende il loro posto».

Quando è il momento di chiedere aiuto a uno psicologo?

«Quando il cambiamento diventa persistente, se per settimane una persona appare apatica, triste, smette di coltivare interessi, riduce i contatti sociali o cambia profondamente le proprie abitudini, è importante non attribuire tutto all'età. Una valutazione specialistica può aiutare a capire se dietro quel disagio si nasconde una depressione o un'altra condizione che merita attenzione».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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