La dipendenza affettiva raccontata da chi l’ha vissuta

Marta Marino
Non lasciano cicatrici, ma possono essere distruttive quanto una patologia fisica: questa è la vera faccia delle malattie mentali. L’autrice Carmen Vitali trasforma la sua sofferenza in un aiuto per gli altri
La dipendenza affettiva non è amore
La dipendenza affettiva non è amore
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Una malattia invisibile, o meglio, una malattia che non lascia segni sulla pelle. Non è risolvibile con un intervento chirurgico, con del riposo o con una semplice ricetta medica. Questo è ciò che accomuna la dipendenza affettiva a tutte le altre patologie che colpiscono la mente, i pensieri, l’anima. Come per tutte le malattie mentali, dobbiamo fare ancora tanta strada affinché venga riconosciuta come una vera e propria situazione che limita la nostra vita.

Ad oggi la dipendenza affettiva non è ancora riconosciuta all’interno del Dsm 5 – il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali –, ma è a tutti gli effetti identificata come una dipendenza comportamentale. In questo caso non si è dipendenti dal gioco o dalle sostanze – come droghe o nicotina –, ma da una persona. L’«oggetto» di cui questa patologia si nutre è l’individuo, che spesso coincide con il partner.

«Non siete soli»

Carmen Vitali formatrice e scrittrice – che venerdì 27 febbraio ha tenuto un incontro al salone Alda Merini dei Servizi sociali di Bedizzole – sa bene di cosa stiamo parlando.

La sua esperienza, anzi, la sua sofferenza personale è diventata un lavoro, con l’obiettivo di aiutare gli altri urlando pubblicamente «non siete soli». È così che la scrittrice decide di aprire due pagine Facebook: un blog a sfondo informativo e un gruppo dove le persone colpite da questa patologia possono confrontarsi.

«La terapia di gruppo è fondamentale in questi casi, soprattutto per comprendere che non si è sbagliati e tanto meno soli – afferma la Vitali –. Però i social sono una lama a doppio taglio, dunque cerco di stabilire delle regole: prima di ammettere l’utente all’interno del gruppo, organizzo un colloquio per capire se è effettivamente motivato e se ha compreso lo scopo della pagina; solo dopo essermi accertata di ciò, decido se inserire l’interessato nel gruppo o meno».

L’origine

Non servono i dati ufficiali per poter affermare che la dipendenza affettiva colpisce principalmente le donne e lo conferma anche Carmen Vitali: «La motivazione è racchiusa nella storia della donna: dipendeva totalmente dalla figura maschile. Inoltre gli uomini da sempre hanno difficoltà nell’esprimersi, cercano dunque di nascondere la loro emotività per mostrarsi più forti di fronte agli altri».

Eppure la dipendenza non si manifesta da un giorno all’altro. «Sorge tutto dall’infanzia del soggetto – spiega la scrittrice –, principalmente dal rapporto che la persona ha avuto con la figura genitoriale di riferimento, che spesso è la madre. Non bisogna per forza aver vissuto dei traumi: il rapporto costruito con la figura di riferimento quando si è piccoli diventa un modello per le relazioni future, si fonda un vero e proprio “canone del sentimento dell’amore”».

Dipendenza

Paura dell’abbandono, inadeguatezza e bassa autostima sono gli ingredienti principali di questa patologia, ma ciò che permette alla dipendenza di alimentarsi è il non sapere più distinguere il bisogno dal piacere. «La dipendenza affettiva non è amore, non significa amare troppo, è un meccanismo che crea una vera e propria astinenza, questo porta il soggetto ad accettare tutto, anche quando bisognerebbe dire a gran voce “no”», spiega ancora Carmen Vitali, che proprio di questo che parla nel suo libro «Lasciamole andare».

Le cicatrici rimangono, anche se non sono visibili a tutti. La dipendenza affettiva è una malattia che ha bisogno di avere maggiore spazio, cosa che persone – come Carmen Vitali – stanno cercando di fare dando informazione e sostegno, perché «questo non è amore».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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