Chi non ha giurato di farlo almeno una volta? Spegnere tutto – o almeno mettere a tacere i social – per qualche ora, o magari per un weekend intero. Provare a disconnettersi dal flusso continuo di notifiche, messaggi, aggiornamenti, vite perfette, viaggi intercontinentali, continui inviti all’acquisto dell’ultimo prodotto imperdibile. Eppure, nel momento in cui ci proviamo davvero, ci accorgiamo di quanto sia difficile. Perché disconnettersi, oggi, non è solo una scelta, ma è un gesto che mette in discussione l’intero modo in cui viviamo il nostro tempo.
L’immaginario degli anni Novanta
E forse non è un caso se, proprio mentre cresce questo bisogno, sui social prende sempre più spazio un immaginario malinconico preciso: quello degli anni Novanta.
Le riviste patinate sfogliate sul divano, i cellulari con l’antenna, la televisione a tubo catodico sintonizzata su «La signora in giallo», i pomeriggi lenti, finanche la noia ci dà nostalgia. Un’estetica che si fa racconto, e si accompagna a una domanda implicita: stavamo meglio quando eravamo meno connessi? Ma più che una risposta, quello che emerge è il desiderio. Non tanto di tornare indietro – perché quel mondo, semplicemente, non esiste più – quanto di recuperare una diversa qualità del tempo.
Il digital detox

È qui che si inserisce la pratica del digital detox. Forse l’unica strategia che abbiamo, un tentativo di rinegoziare il nostro rapporto con la tecnologia. Perché, sì, eliminarla è impossibile, ma si può imparare a sottrarsi, almeno in parte, alle sue logiche. Non è un caso che, proprio mentre cresce questa consapevolezza, anche sul piano giuridico si inizi a mettere in discussione il modello delle piattaforme: una recente sentenza negli Stati Uniti ha infatti coinvolto i colossi Meta e YouTube, riconoscendo come i loro sistemi siano progettati per incentivare un uso prolungato e, in molti casi, compulsivo.
In questo senso, disconnettersi diventa un gesto quasi controculturale. Significa interrompere un flusso progettato per non fermarsi mai, liberarsi di un sistema che vive della nostra permanenza online. E non è un caso se, nel momento in cui proviamo a farlo, emergono resistenze immediate: il riflesso automatico di controllare il telefono, la sensazione di perdersi qualcosa, quella sottile ansia che accompagna il silenzio digitale.
Di questo si occupa da anni Monica Bormetti, psicologa esperta in benessere digitale e trainer di mindfulness, che aiuta le persone a ritrovare equilibrio, focus e benessere mentale nell’era dell’iperconnessione.
Un lavoro che confluisce anche nel libro «Benessere digitale: istruzioni per l’uso. Ritrova lucidità, energia e presenza nel lavoro e nella vita» (ROI Edizioni, 2025), in cui propone un approccio concreto e accessibile al rapporto con la tecnologia.
Il punto, spiega, non è demonizzare gli strumenti, ma recuperare consapevolezza nel loro utilizzo.
1. Mettere confini
Il primo passo, apparentemente semplice, è quello di introdurre dei confini. Nessuna soluzione radicale, ma scelte quotidiane che aiutino a interrompere l’automatismo della fruizione. «Il primo consiglio è quello nel quotidiano di definirsi dei tempi e dei luoghi offline», spiega Bormetti. «Che siano riunioni senza cellulari in ufficio o una stazione di ricarica in cui depositare lo smartphone appena entrati in casa». Un passaggio necessario, anche perché – sottolinea – «abbiamo la tendenza a vivere il nostro smartphone come se fosse l'estensione del nostro braccio, c'è chi lo definisce addirittura il nostro 79º organo, quindi un pezzo in più del nostro corpo». Ed è proprio questa presenza continua a rendere più difficile prendere distanza.
2. Meno notifiche e più grigi
«Il secondo consiglio è quello di utilizzare quelle modalità nel telefono che ci possono aiutare a mettere dei confini e quindi a essere meno compulsivi», spiega Bormetti. Tra queste, una delle più semplici – e spesso sottovalutate – è la modalità «non disturbare», un filtro con cui poter limitare le comunicazioni solo a una serie di contatti prestabiliti. Accanto a queste strategie, esistono poi accorgimenti ancora più sottili, che agiscono direttamente sul modo in cui il telefono si presenta ai nostri occhi.

«Un’altra possibilità è quella di mettere il telefono in scala di grigi», suggerisce Bormetti. Un intervento semplice eppure non scontato, con un impatto immediato: eliminando il colore – uno degli elementi che più catturano l’attenzione – lo schermo diventa meno attraente, meno capace di trattenerci oltre il necessario. Lo strumento resta funzionale, ma perde parte del suo potere seduttivo.
3. Pulizia
C’è poi un lavoro più concreto, legato all’organizzazione dello spazio digitale. Liberare il telefono dalle app inutili, ridurre il numero di stimoli visivi, spostare ciò che distrae fuori dalla schermata principale. Infine, anche i dettagli apparentemente più marginali possono fare la differenza. Scegliere uno sfondo neutro, poco caotico e meno stimolante: un piccolo cambiamento che contribuisce a ridurre il livello di sollecitazione continua.
Consapevolezza
Sono solo alcuni dei consigli che Bormetti presenta anche nel suo libro, in cui propone un approccio concreto e accessibile al rapporto con la tecnologia, attraverso spunti pratici ed esercizi di mindfulness. «Le parole chiave sono focus, energia e intenzionalità» spiega, indicando la necessità di ritrovare un’attenzione più stabile, recuperare energie e uscire da un uso puramente automatico dello smartphone. Un percorso che si traduce anche in esperienze più immersive, come gli apprezzati ritiri di digital detox che Bormetti organizza periodicamente: momenti in cui la disconnessione diventa occasione per rallentare, recuperare concentrazione e rinegoziare il proprio rapporto con gli strumenti digitali. Una sospensione temporanea, utile a rimettere a fuoco ciò che, nella quotidianità iperconnessa, tende inesorabilmente a sfuggire.



