Diabete e tecnologia: come sensori e app migliorano la gestione

Negli ultimi anni la tecnologia ha trasformato profondamente la gestione del diabete, offrendo strumenti sempre più precisi e personalizzati.
Ne parliamo con la dottoressa Emanuela Zarra, presidente dell’Associazione medici diabetologi della Lombardia.
Dottoressa Zarra, quanto sono importanti oggi app e dispositivi tecnologici?
Oggi le tecnologie digitali rivestono un ruolo centrale e clinicamente molto rilevante nella gestione del diabete, sia di tipo 1 sia di tipo 2, pur con indicazioni differenti. Le evidenze scientifiche sono in continua crescita: una review del 2023 sul New England Journal of Medicine definisce i sensori glicemici e i sistemi automatizzati di somministrazione dell’insulina veri e propri “cambiamenti trasformativi”. Questi strumenti migliorano significativamente il controllo glicemico, permettendo ai pazienti di raggiungere più facilmente gli obiettivi terapeutici e riducendo il carico quotidiano della malattia. Anche per le penne intelligenti e le app per smartphone stanno aumentando le evidenze che ne supportano l’utilizzo.
Quali strumenti si usano per monitorare la glicemia nella vita quotidiana?
Le principali apparecchiature si dividono in due categorie: i glucometri tradizionali (SMBG) e i sistemi di monitoraggio continuo del glucosio (CGM).
I glucometri forniscono misurazioni puntuali tramite una puntura del polpastrello e restano strumenti fondamentali, anche per chi utilizza i sensori, perché permettono di verificare l’accuratezza dei dati. I CGM, invece, rappresentano l’evoluzione più significativa: misurano il glucosio nel liquido interstiziale ogni 5-15 minuti tramite un sensore applicato alla cute, offrendo una visione dinamica e continua.
Esistono sistemi in tempo reale, con allarmi per ipo e iperglicemie anche predittivi, e sistemi “flash”, che richiedono una scansione per visualizzare i dati. Entrambi forniscono anche frecce di tendenza, molto utili per capire la direzione e la velocità dei cambiamenti glicemici.

I sensori glicemici hanno davvero cambiato il modo di gestire il diabete?
Assolutamente sì, hanno trasformato non solo il controllo glicemico, ma anche l’approccio clinico e la qualità di vita dei pazienti. Oggi non ci si basa più solo sull’emoglobina glicata, ma su parametri come il tempo nel range (TIR), il tempo in ipoglicemia e quello in iperglicemia, che descrivono meglio le oscillazioni glicemiche. I pazienti possono comprendere in tempo reale come alimentazione, attività fisica e terapia influenzano la glicemia, favorendo comportamenti più consapevoli.
È vero però che può emergere la cosiddetta “alarm fatigue”, cioè lo stress legato alle notifiche continue, che va gestito con un’adeguata educazione all’uso del dispositivo.
Qual è la differenza tra glucometro tradizionale e sensori continui?
Il glucometro è come una fotografia: misura la glicemia in un momento specifico. Il sensore, invece, è come un film: fornisce dati continui nell’arco delle 24 ore. I CGM generano centinaia di misurazioni al giorno, presentate anche in forma grafica, con frecce di tendenza che aiutano ad anticipare eventuali variazioni.
Va però ricordato che i due strumenti sono complementari: il glucometro resta necessario in alcune situazioni, ad esempio per confermare valori dubbi o durante rapidi cambiamenti glicemici.
Le app per smartphone possono migliorare davvero l’aderenza alla terapia?
Sì, le evidenze indicano un miglioramento dell’aderenza e del controllo glicemico, con un livello di evidenza moderato ma clinicamente significativo. L’efficacia dipende però da diversi fattori: le caratteristiche dell’app, la frequenza di utilizzo, il coinvolgimento del team sanitario e le competenze digitali del paziente. Le app più utili sono quelle che integrano promemoria, monitoraggio dei dati e feedback personalizzati, soprattutto se inserite in un percorso di cura strutturato.
Microinfusori e sistemi automatizzati stanno semplificando la vita dei pazienti?
Sì, in modo particolare per il diabete di tipo 1, i sistemi AID (Automated Insulin Delivery) rappresentano oggi il gold standard: integrano sensore e microinfusore e regolano automaticamente l’insulina basale in tempo reale. Questo consente un miglior controllo glicemico, una riduzione del rischio di ipoglicemie e un significativo alleggerimento del carico decisionale quotidiano, con un impatto positivo sulla qualità di vita.

Queste tecnologie sono adatte anche agli anziani?
Sì, non devono essere limitate in base all’età, anche le persone anziane possono beneficiarne, soprattutto in termini di sicurezza, purché vi sia un’adeguata valutazione delle capacità cognitive e un supporto adeguato, spesso con il coinvolgimento dei caregiver.
Come viene seguito il paziente che utilizza questi dispositivi?
Oggi il follow-up si basa su un modello ibrido che integra visite in presenza e telemedicina. I dati dei sensori possono essere condivisi tramite piattaforme digitali e analizzati anche da remoto attraverso report standardizzati come l’Ambulatory Glucose Profile, che sintetizza l’andamento glicemico e permette interventi terapeutici più mirati e tempestivi.
Qual è il messaggio più importante per i pazienti?
La tecnologia è un alleato potente, ma non è una soluzione autonoma. Funziona al meglio quando è integrata con educazione terapeutica, supporto continuo e collaborazione con il team sanitario. Ogni scelta deve essere personalizzata: il percorso di cura va costruito insieme, in modo consapevole e su misura.
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