Cosa sono e come funzionano le due camere iperbariche di Brescia

Una caldaia difettosa, una vecchia stufa senza manutenzione. In poco tempo, senza diffondere odore o rumore, il monossido di carbonio riempie l’aria e svuota i polmoni di ossigeno. Allora serve correre contro il tempo. Serve una camera iperbarica. Nel Bresciano ce ne sono due e si trovano all’Istituto clinico Città di Brescia.
È qui che si curano ogni anno decine di pazienti intossicati, ma anche - in regime di ricovero o per trattamenti ambulatoriali - persone con sordità improvvisa, ulcere croniche, infezioni ossee e patologie ortopediche. In dodici mesi vengono effettuati 12mila trattamenti a un migliaio di persone non solo residenti nella nostra provincia, ma provenienti da tutta la Lombardia orientale. Nella nostra regione, infatti, esistono solo quattro centri di questo tipo.
Il team - guidato dal primario Nazzareno Fagoni - è composto da una quindicina di figure professionali (tecnici, infermieri e medici). Le camere, si diceva, sono due e sono dotate di 11 posti a sedere ciascuna e, qualora sia necessario, possono ospitare in alternativa una o due barelle. Il servizio è disponibile 24 ore su 24 sette giorni su sette per rispondere a ogni tipo d’emergenza proveniente dal Bresciano, ma anche da altre province.
Come funzionano
«Le sedute di ossigenoterapia ambulatoriali durano un’ora e mezza - spiega il dottor Fagoni -. Di più, e in base alla gravità della situazione, se si tratta di intossicazioni da monossido di carbonio. Noi in questo centro ne gestiamo almeno una trentina all’anno».
Durante ogni trattamento è importante che ci sia un medico o un infermiere all’interno con i pazienti e un medico all’esterno. Numerose, si diceva, sono le situazioni in cui si rende necessario l’uso delle camere iperbariche: patologie legate all’osso, infezioni dei tessuti molli provocate da flora batterica mista, ulcere con difetti di cicatrizzazione, tra cui quelle da insufficienza arteriosa o venosa, ipoacusia improvvisa. E anche la «malattia da decompressione» che - dopo la risalita da un’immersione subacquea - si manifesta con «bolle» di gas che possono ostruire il flusso di sangue, in alcuni casi anche quello diretto al cervello causando ictus.
Più tecnologia
L’Istituto clinico Città di Brescia - ricordiamo - fa parte degli Istituti ospedalieri bresciani del Gruppo San Donato. Gli altri sono il Sant’Anna, in città, e il San Rocco, a Ome. «Da dieci anni queste tre realtà sono riunite in un unico ente da 800 posti letto - spiega l’amministratore unico Nicola Bresciani - con vantaggi in termini di efficienza e organizzazione, ma anche sotto il profilo clinico. Il processo è stato graduale, ma oggi è a pieno regime». Ogni ospedale è dotato di un pronto soccorso: «Complessivamente si registrano 60mila accessi l’anno che, nel 12-13% dei casi, sfociano in ricoveri». Negli ultimi anni i tre ospedali sono stati interessati da un ampio intervento di rinnovo del parco macchine dei blocchi operatori, che è ancora in corso.
«Al Sant’Anna, inoltre, due anni fa - aggiunge Bresciani - abbiamo introdotto un nuovo acceleratore lineare per la Radioterapia e prossimamente cambieremo anche quello più datato. I benefici si misurano in termini di rapidità, precisione e riduzione degli effetti collaterali. Sempre al Sant’Anna e alla Città di Brescia a breve arriveranno anche due risonanze magnetiche. Al San Rocco, invece, quella nuova è già stata installata».
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