Il divario salariale c’è, la fuga del personale pure. E su questi aspetti, sanità privata profit e no profit concordano con i sindacati: a parità di lavoro e responsabilità, chi opera nelle strutture accreditate guadagna meno dei colleghi del pubblico. Il nodo, per Aiop (Associazione italiana ospedalità privata) e Aris (Associazione religiosa istituti socio-sanitari), è chi debba finanziare il rinnovo del contratto fermo al 2018.
Il nodo
«Sul salario, una differenza media del 10-12% tra privato e pubblico è più realistica rispetto al 15-20% di cui parlano i sindacati bresciani, ma è comunque tantissimo», è la posizione di Michele Nicchio, presidente di Aiop Lombardia.
Anche la stima di un 18% di infermieri e tecnici usciti dalle cliniche negli ultimi due anni, aggiunge, «è un ordine di grandezza che torna». La responsabilità del blocco, però, viene attribuita allo Stato e non agli ospedali: «Le strutture accreditate non stabiliscono il prezzo delle prestazioni e - sostiene Nicchio - lavoriamo con tariffe ferme al 2012».
Nel pubblico i rinnovi sono stati coperti con risorse aggiuntive e lo stesso, chiede Aiop, dovrebbe avvenire per il privato. «Se faccio la stessa cosa e ho gli stessi doveri del pubblico, datemi anche gli stessi diritti». Tradotto: servono più fondi.
Nell’immediato, resta aperta la strada regionale. Nicchio richiama l’impegno preso un anno fa dalla Lombardia e dall’assessore Bertolaso per un accordo territoriale ponte, in attesa del contratto nazionale. Per coprirlo servirebbero tra 120 e 130 milioni. Intanto il confronto con il ministero della Salute Schillaci, assicura il presidente di Aiop regionale, sarebbe in fase avanzata e la speranza è arrivare allo sblocco entro fine anno. Del ragionamento fatto dai sindacati bresciani, Aiop respinge però l’accusa di «costruire gli utili comprimendo i salari». Secondo Nicchio, la redditività media delle strutture accreditate si fermerebbe al 3-4%.
Una tesi che a Brescia si misura però con il bilancio 2025 degli Istituti ospedalieri bresciani del Gruppo San Donato: 216,5 milioni di valore della produzione, 17,2 milioni di utile e la proposta di distribuirne 17 alla proprietà. Anche il ricorso alle cooperative, sostiene Nicchio, non serve a risparmiare: «Il personale esterno costa di più e viene utilizzato perché quello stabile non si trova».
No profit
Più prudente la posizione di Marcellino Valerio, presidente di Aris Lombardia, che rappresenta le strutture cattoliche no profit. Valerio riconosce il divario contrattuale, ma sottolinea che fondazioni come Poliambulanza, Camplani, Fatebenefratelli e Don Gnocchi non distribuiscono dividendi e spesso faticano a raggiungere il pareggio. Poliambulanza ha chiuso il 2025 con una perdita di 4,6 milioni. Gli integrativi aziendali e il welfare hanno limitato l’esodo, ma senza l’aumento di tariffe e budget, avverte Aris, il rinnovo rischierebbe di compromettere la sostenibilità. Profit e no profit convergono quindi sul punto: il contratto va rinnovato, ma il conto deve essere coperto dalle istituzioni.



