Com’è vivere con il diabete: il racconto di un papà bresciano

Quando qualcuno chiede ad Antonio Gorio una definizione di diabete lui cita sempre il figlio affetto dalla forma di tipo 1 che, all’età di 9 anni, per rispondere alla curiosità di un amico disse: «Cos’è il diabete? Ti ci abitui, è uno stile di vita».
Malattia ereditaria
Gorio è un ginecologo della Poliambulanza, sposato con Roberta e papà di tre figli dei quali due hanno il diabete: «Con Francesco, nato nel 2010, l’abbiamo scoperto in seguito a una crisi improvvisa: tanta sete, dimagrimento e stanchezza». Era il 2019 e l’altro figlio della coppia, Alessandro, era in cura per la leucemia. «Per Margherita, nata nel 2012, la diagnosi è arrivata nel 2023 grazie a uno screening».
Gorio ammette che «è stato uno tsunami: il diabete di tipo 1 ha stravolto la quotidianità della famiglia facendo entrare prepotentemente in casa dei farmaci salvavita: senza l’insulina i miei figli non possono vivere e per le emergenze devono sempre avere a disposizione il glucagone».
Quando, a 21 mesi, Alessandro si è ammalato di leucemia «ho fatto solo il papà. Col diabete, invece, è subentrato, da medico, l’istinto di medicalizzare la quotidianità».
Come facilitare la vita
Per facilitare la vita dei figli con diabete il segreto è stato renderli autonomi da subito nell’individuazione delle dosi e nelle scelte alimentari. La tecnologia è stata di grande aiuto: «Ha migliorato la gestione della malattia e ha reso più comprensibili le variazioni della necessità terapeutica. I sistemi a disposizione sono, inoltre, sempre meno invasivi: una volta prima e due ore dopo il pasto si usava il pungidito, ora ci sono i sensori collegati allo smartphone».
Di contro la tecnologia, soprattutto in età adolescenziale, non è sempre facile da accettare: «Può scatenarsi il rifiuto di cerotti, bottoncini e allarmi. Francesco non voleva il microinfusore (pancreas artificiale) perché aveva paura di romperlo, ma ci convive da un anno e mezzo e gli ha cambiato, in positivo, la vita».
La conoscenza è fondamentale: «Serve una cultura sanitaria diffusa». Gorio lo dice con le parole e con i fatti: a maggio, con l’amica Chiara Cavalli de «La Meri», ha organizzato «In rete per il diabete».
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