Meno buchi e più riciclo: ecco la nuova legge sulle cave
Limitare il consumo di suolo, premiando il recupero e il riciclo di inerti da usare nell’edilizia e nelle opere pubbliche. Favorire il ricorso a fonti alternative e l’uso efficiente delle materie prime di cava. Semplificare le norme attuali, evitando la doppia approvazione dei Piani delle attività estrattive da parte di Province e Regione. Affidare ai Comuni la gestione e il controllo delle opere per il ripristino ambientale dei siti una volta chiusi. Permettere l’installazione di impianti fotovoltaici nelle cave dismesse. Penalizzare chi sceglie di coltivare sabbia e ghiaia nelle aree regionali protette.
Sono alcuni degli obiettivi e dei contenuti della nuova legge approvata ieri dal Consiglio regionale sulla «Disciplina della coltivazione sostenibile di sostanze minerali di cava e per la promozione del risparmio di materia prima e dell’utilizzo di materiali riciclati». Una definizione lunga per dare il senso e il segno della norma, improntata ai concetti di sviluppo sostenibile ed economia circolare. La legge precedente era del 1998.
Come cambiano le competenze
Oggi sono le Province a varare il Piano (con relativa valutazione di impatto ambientale strategica), che deve essere poi approvato dalla Regione (che svolge una seconda Vas). Secondo la nuova legge, invece, entro luglio 2022 il Consiglio regionale dovrà varare l’atto di indirizzo con le indicazioni per individuare i fabbisogni, i giacimenti coltivabili, le modalità di recupero dei siti, il perimetro delle aree idonee per le attività. Alle Province spetterà il compito di redigere i piani rispettando quei criteri. Un’altra novità riguarda l’indicazione delle zone di cava. Spariscono gli Ate (Ambiti territoriale estrattivi). All’interno dei giacimenti coltivabili saranno individuate delle «aree idonee» per l’attività con i relativi volumi massimi estraibili, che potranno comprendere una o più cave. Queste ultime verranno indicate non nel Piano, ma nel successivo processo di autorizzazione.
Il riciclo
Importante è il capitolo sul riciclo degli inerti e dei rifiuti e sull’uso di materiali alternativi. Gli operatori che sceglieranno anche questa strada saranno premiati con proroghe alle autorizzazioni (fino a due anni) e il taglio (fino al 20%) dei diritti di escavazione in proporzione al materiale riciclato usato. La legge prevede anche la costituzione di una banca dati regionale con la quantità e le tipologie di aggregati riciclati disponibili negli impianti di recupero. L’uso di rifiuti inerti sta diventando una pratica sempre più diffusa. Nel 2018 in Lombardia sono stati riciclati 89 milioni di tonnellate grazie ai 341 impianti dedicati (secondo Legambiente). Nel Bresciano, ad esempio, sono stati usati per costruire la Corda Molle.
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