È uscito il nuovo spin-off di Qualità della vita, la ricerca del Giornale di Brescia che vuole misurare lo state di salute del nostro territorio. Si parla di Longevity, ovvero della terza età: l’abbiamo raccontata attraverso numeri e interviste. Qui trovate tutti gli articoli pubblicati.
Angelo Baronio non è solo il rettore della Lubes (Libera Università dei Santi Benedetto e Scolastica); è la memoria vivente di un territorio, quello della Pianura Bresciana, che attraverso il monastero di San Benedetto di Leno è stato, per secoli, uno dei baricentri d’Europa. Già sindaco di Leno, storico raffinato e coordinatore scientifico della Fondazione Dominato Leonense, Baronio ha trasformato l’erudizione in uno strumento di cittadinanza attiva. Lo incontriamo per capire come un’accademia nata in provincia possa parlare al mondo.
Professor Baronio, partiamo dalla Lubes. Nel 2010 lei ha scommesso su un’università popolare in un comune di 14mila abitanti. Dopo quindici anni, qual è il bilancio di questa folle intuizione?
L’intuizione non era folle, era necessaria. La Lubes nasce da un bisogno primario: restituire consapevolezza. Spesso chi abita questi luoghi cammina sopra strati di storia millenaria senza conoscerne il valore. Abbiamo voluto creare un luogo dove la cultura non fosse «calata dall’alto», ma condivisa. Il bilancio è straordinario non solo per i numeri degli iscritti, che restano alti e fedeli nelle quattro sedi di Leno, Asola, Milzano e Casalmaggiore, ma per il clima che si è creato. La nostra è una universitas nel senso medievale del termine: una comunità di persone che cercano insieme la verità e la bellezza. Abbiamo dimostrato che la «periferia» può essere un centro culturale se ha radici profonde.
Il motto della Lubes recita: «Conversatio ad pulchrum pro bono». In un mondo dominato dal digitale e dalla fretta, che spazio ha la ricerca del «bello» nella vita quotidiana dei suoi studenti?
La bellezza di cui parliamo non è estetica fine a sé stessa, è un’etica. Educare con costanza alla bellezza significa educare al rispetto: per il paesaggio, per l’arte, per l’altro, costruendo così il bene comune. I nostri corsi, che spaziano dalla storia dell’arte alla medicina, dalla letteratura alla filosofia, alla teologia, servono a fornire «lenti» nuove per guardare il mondo. Quando un nostro corsista guarda i resti dell’Abbazia di San Benedetto e scopre con stupore una storia millenaria o invitato ad osservare una pala d’altare in una chiesa di campagna ne capisce il linguaggio, la sua qualità della vita migliora, maturando la consapevolezza di essere partecipe di una ricchezza condivisibile. La cultura è un formidabile antidoto alla solitudine e all’inaridimento spirituale che caratterizza la nostra epoca.
Lei è uno dei massimi esperti del «Dominato Leonense». Perché la figura di re Desiderio e l’Abbazia di Leno sono ancora così rilevanti oggi?
Perché Leno non era un semplice monastero, era una «centrale operativa» dell’Impero. Fondata nel 758 dall’ultimo re longobardo, Desiderio, l’Abbazia aveva possedimenti che dalla pianura Padana arrivavano oltre l’Appennino lungo il versante adriatico nelle Marche e in Abruzzo e nel cuore della penisola in Toscana, Umbria e Lazio. Studiare le vicende del monastero di Leno significa studiare la nascita dell’Europa. L’incontro tra i Longobardi e la proposta di san Benedetto ha operato la prima vera sintesi tra la civiltà classica-romana, il mondo germanico e la spiritualità cristiana. È in quel crogiolo che hanno messo le radici le nostre istituzioni, il nostro diritto, il nostro paesaggio agrario. Senza capire questo, non capiamo chi siamo oggi. Re Desiderio non è un personaggio da polveroso libro di scuola, è il protagonista di una visione politica che cercava l’autonomia e l’identità di un popolo, con lo sguardo rivolto oltre le Alpi in un disegno di unità europea, che Carlo Magno e i suoi successori di fatto realizzeranno nel Sacro Romano Impero, anche con il contributo in ruoli di primo piano degli abati di Leno.
Lei è stato sindaco di Leno per dodici anni. Quanto la sua esperienza politica ha influenzato il suo impegno culturale?
Politica e cultura sono due facce della stessa medaglia: la cura della Polis. Da sindaco ho imparato che non puoi amministrare un territorio se non ne conosci e ami lo spirito profondo. La politica mi ha insegnato la concretezza: i progetti culturali devono avere gambe, devono saper dialogare con le istituzioni e con il mondo economico, nella consapevolezza condivisa che la cultura è valore economico aggiunto sottoutilizzato. È lo spirito che ha animato e continua ad animare le attività che ormai da un quarto di secolo realizziamo con il sostegno di Cassa Padana, che è il motore della Fondazione Dominato Leonense. Al contrario, la cultura ha dato alla mia azione politica un respiro più lungo. Un amministratore che non conosce la storia del suo comune rischia di prendere decisioni miopi. Il paesaggio straordinario della Pianura Bresciana, con le sue rogge e i suoi borghi, con le testimonianze dell’inventiva e della laboriosità dei suoi abitanti, segni evidenti di un fare ispirato da una profonda spiritualità radicata nella originaria proposta benedettina, è un documento storico che va letto e capito e che richiede, per evitare di comprometterne il profilo identitario, di adottare le decisioni corrette per valorizzarne i valori remoti consolidati e progettare un futuro che abbia basi solide.

Oggi lei è condirettore dell’Hub della Conoscenza, con sede a Villa Seccamani. In questo progetto sembrano convergere tutte le sue «anime»: lo storico, l’ex sindaco e l’educatore. Di cosa si tratta esattamente e perché ha deciso di rimettersi in gioco in questa nuova sfida?
L’Hub della Conoscenza è, per certi versi, il compimento di un lungo percorso. Se con il Dominato Leonense abbiamo lavorato sulla memoria e la scoperta delle radici e con la Lubes sulla divulgazione culturale per l’identità condivisa, con l’Hub guardiamo direttamente al futuro operativo del nostro territorio. È un «matrimonio» strategico tra il Politecnico di Milano, il modello coerente e lungimirante del credito cooperativo attuato da Cassa Padana e l’interesse delle istituzioni locali, del Comune e della Parrocchia e soprattutto della curiosità e disponibilità dei giovani e dei loro docenti impegnati nelle istituzioni scolastiche.
Come nasce la sfida?
La sfida nasce da una constatazione amara: la nostra Pianura Bresciana rischia di diventare un territorio «fermo», tarato su modelli del passato che, regredendo, non trattiene più i giovani talenti. L’Hub vuole essere uno spazio fisico e ideale dove le aspettative del futuro rappresentate dai giovani, le esigenze attuali e di prospettiva di imprese e pubblica amministrazione si incontrano per generare convergenze e nuove competenze su temi cruciali come la complessiva sostenibilità ambientale della Pianura e in particolare lo sviluppo dell’agroalimentare, impegnati a vincere le sfide dell’innovazione indotta dall’intelligenza artificiale.
Lei non si stanca di ribadire che soltanto insieme si possono vincere le sfide di questo tempo. Ci può spiegare?
Il mio impegno attuale è di fatto la continuità della mia esperienza di sindaco, che mi fa dire che dalla prospettiva del singolo comune non si può vincere la sfida del profondo cambiamento che si profila. Serve massa critica, soprattutto fra enti locali. Neppure i centri più grandi possono pensare di vincere le sfide epocali che li investono. Prima fra tutte quella di attrarre i giovani. Anche in tal senso l’Hub sta operando. Non è solo un centro di formazione, ma un laboratorio di cittadinanza dove cerchiamo di ricucire il dialogo tra scuola e mondo del lavoro. Vogliamo che un ragazzo di Leno o di Manerbio, di Ghedi o di Orzinuovi, di Gambara o di San Gervasio, di Pralboino o Bagnolo o Seniga non debba per forza fuggire verso le grandi metropoli per trovare innovazione, ma possa trovarla - e crearla - proprio qui, partendo dalle mura di una villa storica che si riempie di tecnologia e nuove visioni. È la dimostrazione che la conoscenza, se messa a sistema, è la risorsa più preziosa per ridare identità e speranza a una comunità vasta che abbia la capacità di riconoscersi nei confini dell’intera Pianura Bresciana da Chiari a Montichiari, da Acquafredda a Villachiara.
La Lubes dedica molta attenzione alla ricerca archeologica. Qual è l’emozione di vedere emergere dalla terra nuovi tasselli del nostro passato?
È un’emozione che non si esaurisce mai. Ogni scavo a Leno è stato un dialogo interrotto che riprende. Penso ai ritrovamenti delle diverse fasi della chiesa abbaziale, alle sepolture delle vaste necropoli longobarde, ai reperti che ci parlano della vita quotidiana dei monaci e dei contadini. Ma l’emozione più grande è vedere i giovani archeologi lavorare sul campo. La Lubes e la Fondazione sostengono la ricerca scientifica perché crediamo che il passato debba essere «toccato con mano». Non facciamo archeologia per nostalgia, ma per dare basi scientifiche alla nostra narrazione identitaria.
Cosa direbbe a un giovane che oggi decide di intraprendere studi storici o umanistici, in un mercato del lavoro che sembra premiare solo il tecnico-scientifico?
Gli direi che la storia è la disciplina del futuro. In un mondo dominato dall’intelligenza artificiale, la capacità critica, l’interpretazione dei dati nel tempo e la comprensione delle dinamiche umane saranno le competenze più preziose. Non lasciatevi ingannare: la tecnica ci dice come fare le cose, ma solo la cultura umanistica ci dice perché le facciamo. Studiare il passato non significa guardare indietro, ma salire sulle spalle dei giganti per vedere più lontano. Ai giovani dico: siate curiosi, siate rigorosi e ricordate che l’autentica libertà comincia sempre dalla conoscenza della propria storia, scoprendo in tal modo i tratti più rassicuranti della propria identità, dotandola in tal modo degli attrezzi più adatti per confrontarsi senza timore con il mondo.





