In Serbia il movimento studentesco ha ottenuto una storica vittoria alle elezioni parlamentari, dove l’affluenza è stata superiore al 70%. Un dato che non si vedeva da più di 30 anni. La Studentsksa Lista ha ottenuto il 52,5% dei voti, contro il 39,1% di Serbia Unita. Un risultato che permetterà al movimento di ottenere la maggioranza in Parlamento.
Del voto serbo e delle sue conseguenze ne abbiamo parlato con il professor Francesco Privitera, docente associato all’Università degli Studi di Bologna, dove insegna Storia dell’Europa Orientale.
Professore, qual è il significato di questo voto? Quanto è storica la vittoria degli studenti e che cosa rappresenta per la Serbia?
Sicuramente, da un punto di vista simbolico, ha un valore molto importante, perché pone fine al lungo governo di Vučić in Serbia, che è durato sostanzialmente dieci anni, anche di più se consideriamo il periodo precedente, in cui Vučić ha rivestito un ruolo importante all'interno dei governi prima di diventare presidente del Paese. Si chiude quindi un ciclo. Dopodiché, però, le incognite sono tante, perché tutto nasce da un movimento spontaneo, autorganizzato, che ha raccolto la frustrazione di una larga parte della società serba, ma che non ha ancora un progetto chiaro sul futuro.
Se vogliamo, questa è anche una delle ragioni per le quali l'Unione europea è sempre stata molto tiepida nel sostegno all'opposizione studentesca e ai movimenti che hanno caratterizzato questi due anni di proteste contro Vučić. Resta quindi l'incognita su quale stabilità avrà la Serbia, su chi la governerà nel prossimo futuro. Sono cose che capiremo meglio nelle prossime settimane. Vučić rappresentava comunque una garanzia di stabilità, pur rimanendo una figura autocratica all'interno del sistema o, comunque, una figura che aveva prodotto nel tempo una distorsione profonda del sistema politico serbo.
Lei ha toccato la questione dei rapporti con l'Unione europea. Cambieranno adesso?
Come detto, è un'incognita. Il movimento studentesco ha chiaramente una posizione filoeuropea, ma non tutte le componenti che rappresentano questo mosaico mantengono questa linea. Al suo interno ci sono anche gruppi nazionalisti, posizioni anti Vučić ma non contrarie a una posizione autonoma della Serbia nell'ambito dello spazio politico europeo, quindi al mantenimento dei legami con la Cina e con la Russia. Sono rapporti tradizionalmente importanti per la Serbia, un retaggio, per certi aspetti, anche di epoche precedenti.
C’è da capire quali saranno gli equilibri che emergeranno da questa vittoria politica e quali forze assumeranno il ruolo di governo, visto che il movimento studentesco non ha una rappresentanza partitica in quanto tale. È stato sicuramente il motore che ha dato origine a tutto questo, ma adesso bisognerà capire come trasformare questo movimento in un governo e da quali partiti sarà rappresentato.
È quindi un po' presto per dire quali equilibri emergeranno e quale sarà il rapporto con l'Unione europea. Certamente Bruxelles deve prendere atto di questa situazione e dovrà forse, a questo punto, tirare fuori tutta la sua capacità di promuovere la costruzione di un governo che avvicini la Serbia al processo di integrazione, anche nell'interesse dell'Unione stessa. Sicuramente per l'Unione europea questa sarà una sfida importante.
Europe is waiting for you, Serbia https://t.co/jmSEZlmslO
— European Democrats (@democrats_eu) October 26, 2026
Come si spiega il successo del movimento studentesco? Ci sono ragioni storiche?
Il movimento studentesco belgradese, e in generale serbo, ha una tradizione molto antica – che possiamo far risalire addirittura all'Ottocento – di mobilitazione e opposizione ai governi, soprattutto di stampo fortemente nazionalista. È sempre stato un movimento estremamente progressista, dal quale sono scaturite le grandi istanze che hanno portato alla nascita della Jugoslavia e della Jugoslavia comunista nel dopoguerra, ma anche alla critica di alcuni degli elementi più rigidi del comunismo jugoslavo.
La Jugoslavia è stata infatti un Paese che ha vissuto il Sessantotto in maniera molto simile ai Paesi occidentali, con una protesta giovanile che chiedeva spazi di rappresentanza e dialogo. C'è quindi una tradizione profonda. Non sottovalutiamo il fatto scatenante di queste proteste: il famoso incidente alla stazione di Novi Sad. Ha provocato una reazione forte di fronte all'incapacità del governo e del regime di rispondere perlomeno a un'istanza immediata: riconoscere le responsabilità di chi aveva provocato l'incidente. La corruzione nel Paese è talmente endemica che alla fine la magistratura, il Governo e tutte le istituzioni sono rimaste paralizzate e non sono state capaci nemmeno di dare una risposta formale, non dico sostanziale.
Gli studenti, del resto, hanno sempre avuto una posizione antinazionalista, anche durante i governi di Milošević, e sono sempre stati il motore dell'opposizione. Trasformare però questo movimento spontaneo e progressista, nel senso più ampio del termine, in una forza politica e partitica è più complicato. Anche perché questo movimento giovanile non ha una grande fiducia nelle forze politiche tradizionali, nei partiti che spesso, anche quando hanno avuto la possibilità di governare, si sono dimostrati litigiosi e incapaci di portare avanti le riforme. Soprattutto, l'opposizione ha spesso finito per cedere spazio e potere alle forze nazionaliste proprio per la propria incapacità di trovare equilibri di governo nelle occasioni che ha avuto.
Streets erupt in celebration late Sunday as Serbian President Aleksandar Vučić concedes defeat after 14 years in power, marking a historic victory for student-led opposition movement. https://t.co/K4KlYfEADS
— euronews (@euronews) October 26, 2026
Quali conseguenze potrebbe avere questo voto per i Balcani?
Io considererei questo voto in una dimensione più ampia. Sicuramente avrà un'influenza nei Balcani: anche in Bosnia abbiamo un fermento giovanile e, in fondo, è naturale che queste generazioni cerchino di uscire dal pantano nazionalista che tiene in scacco l'intera regione.
Guarderei però a questo fenomeno anche in una dimensione europea più ampia. Riguarda le generazioni più giovani, che acquisiscono sempre maggiore consapevolezza rispetto al fatto di essere governate da classi dirigenti anziane o comunque legate a concezioni della politica che ormai non tengono più il passo con i grandi problemi del nostro tempo: dal riscaldamento globale alla sperequazione delle risorse, fino alle differenze di reddito.
Come detto, queste sono ancora forze prepolitiche, non sono ancora organizzate, non hanno riferimenti nei partiti tradizionali né necessariamente un'idea di costruzione di un partito o di una forza politica rappresentativa alternativa. Rappresentano però la percezione di un disagio ormai profondo nelle giovani generazioni, che si sentono emarginate. Lo vedo anche semplicemente parlando con gli studenti, che mi dicono: «Ma a cosa serve più votare? Tanto non cambia niente». E me lo dicono a ogni livello, sia italiano sia europeo. Se ci fa caso, questo è un problema che si sta allargando a tutte le aree del mondo che sono in profonda trasformazione. Si veda anche il Partito popolare degli scarafaggi in India. L'età media del mondo, in realtà, è giovane, si colloca intorno ai vent'anni, a decidere sono però generazioni più anziane, che vivono forse guardando più al passato che al futuro, o perlomeno non a un futuro che corrisponda a quello immaginato dalle giovani generazioni.
La mia impressione è che il movimento serbo si inserisca a sua volta in un processo più vasto, di cui vedremo gli sviluppi nel tempo. Per il momento è ancora presto per capire quale direzione prenderà.




