Politica

Referendum, «carriere separate per un giudizio davvero imparziale»

Parla l’avvocato Vittorio Minervini, sostenitore del Sì: «Serve un sistema simile alle democrazie europee»
L'avvocato Vittorio Minervini
L'avvocato Vittorio Minervini

Domenica 22 e lunedì 23 marzo si vota per il referendum confermativo sulla giustizia. Abbiamo interpellato l’avvocato Vittorio Minervini, sostenitore del «Sì».

La Riforma consegnerà ai cittadini una Giustizia più giusta ed efficiente?

«La vera domanda è quale rapporto vogliamo tra cittadino e Stato nel momento più delicato: quando lo Stato accusa e giudica. Stiamo decidendo se il potere di accusare e quello di giudicare debbano essere strutturalmente equiparati oppure intrecciati all’interno dello stesso ordine, con carriere comunicanti e un unico organo di autogoverno. È una scelta che riguarda la libertà prima che l’organizzazione. La Costituzione ha dissolto lo Stato autoritario, ha posto al centro la persona, la sua libertà, costruendo un equilibrio tra poteri fondato sulla reciproca autonomia. L’ordinamento giudiziario è l’unico rimasto modellato sulla normazione fascista che la riforma vuole eliminare».

Sulla separazione delle carriere, non le sembra che il giudice, oltre che essere terzo, debba anche apparire tale?

«In uno Stato di diritto la giustizia non deve soltanto essere imparziale: deve apparire tale. La terzietà non è una qualità soggettiva del singolo magistrato; è una condizione ordinamentale. Nel processo accusatorio il pubblico ministero è parte, autorevole e necessaria, ma pur sempre parte. Se accusa e giudizio appartengono al medesimo ordine, con carriere intrecciate e un unico Csm, l’asimmetria resta strutturale. Separare le carriere significa dare piena attuazione al principio del giusto processo. Non è una sfiducia verso i magistrati, ma una scelta di architettura costituzionale che rafforza la percezione di imparzialità del giudice».

Con l’introduzione del sorteggio si liberano i magistrati dal potere delle correnti?

«Le correnti sono espressione di pluralismo. Tuttavia, negli anni il sistema delle nomine ha mostrato distorsioni evidenti. Su circa 9.400 magistrati, gli iscritti alle correnti sono poco più di 2.100: una minoranza organizzata incide sulle dinamiche elettive. Il sorteggio non è abbandono alla casualità, ma strumento di riequilibrio: amplia la platea dei possibili componenti, riduce il peso delle appartenenze e spezza il circuito del consenso nelle valutazioni e nelle nomine».

Dell’Alta Corte disciplinare cosa ci dice?

«È inesatto sostenere che oggi i magistrati non rispondano dei loro errori. Il problema non è l’assenza di responsabilità, ma la percezione di opacità e di inefficacia del sistema disciplinare. L’Alta Corte disciplinare nasce per rafforzare l’imparzialità del giudizio, soprattutto nel nuovo assetto con due Csm. Non è uno strumento punitivo, ma una garanzia di terzietà. In passato, vicende anche gravi si sono risolte con trasferimenti per incompatibilità, che spostano il problema senza affrontarlo nel merito. Anche la nostra città ne è stata testimone».

La giustizia ha davvero bisogno di una riforma?

«Ogni ordinamento fedele ai propri principi deve interrogarsi sulla propria coerenza. La riforma rappresenta a una risposta tardiva a un’esigenza già indicata nella Costituzione: superare i residui dell’ordinamento pre-repubblicano. La scelta non riguarda una categoria professionale, ma il modo in cui la Repubblica disciplina il proprio potere punitivo. Rendere più chiari i confini tra accusa e giudizio non indebolisce lo Stato di diritto: lo rende più coerente con l’impegno costituzionale di un processo giusto. Quando apriremo la scheda elettorale non troveremo simboli di partito, ma una domanda che riguarda noi e i nostri figli: vogliamo essere giudicati in un sistema simile a quello delle democrazie europee in cui l’accusa, come il nostro difensore, sia autenticamente separato da chi ci giudica?».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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