Politica

«Per Giacomo Rosini la politica era servizio, non un mestiere»

Norberto Rosini ricorda il cugino, deputato democristiano per quattro legislature: «Un esempio concreto di come si sta nelle istituzioni con sobrietà e visione»
Giacomo Rosini, a destra, con il leader sovietico Gorbačëv - © www.giornaledibrescia.it
Giacomo Rosini, a destra, con il leader sovietico Gorbačëv - © www.giornaledibrescia.it
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La prima immagine che gli torna alla mente non è un discorso politico, né una fotografia ufficiale. È una telefonata. «Giacomo è morto». Così Norberto Rosini ricorda il cugino, scomparso improvvisamente il 31 gennaio 2001. Deputato democristiano per quattro legislature e presidente nazionale di Federcaccia, Giacomo Rosini è stato per lui molto più di una figura pubblica: un riferimento umano e morale, capace di trasmettere un’idea alta e concreta della politica.

Qual è la prima immagine che le viene in mente quando pensa a suo cugino Giacomo?

«Quel giorno, il 31 gennaio 2001. Una mazzata. Mi arrivò una telefonata mentre stavo preparando le valigie per una vacanza. Era a Roma. Partii in macchina con la famiglia. Quando muore una persona così importante, l’ultimo momento diventa l’immagine dominante».

Che uomo era, al di là del ruolo politico?

«Era un buono, un pragmatico. La politica di allora era passione, entusiasmo, ma anche scontro. Lui teneva insieme le due cose: il rispetto e la decisione. Per me è stato una figura quasi paterna. Mio padre, prima di morire, gli chiese di starmi vicino. Da lì nasce un rapporto che mescola il privato e il pubblico».

Che idea di politica le ha trasmesso?

«Un’idea molto semplice e molto esigente: la politica è servizio. Serve a unire, non a dividere. Mi disse una cosa che non ho mai dimenticato: prima ti fai una professione, poi vivi la politica come passione da uomo libero. Non come mestiere. Questo mi ha segnato per tutta la vita».

Era anche un uomo di territorio?

«Totalmente. Le campagne elettorali si facevano nei bar, per strada, nei paesi. Aveva l’ufficio aperto, incontrava le persone. Non era uno che compariva solo al momento del voto. La sua forza era l’ascolto. Sapeva che la politica si costruisce così, non nei palazzi soltanto».

Nel suo impegno pubblico c’è anche il tema della caccia e della legge 157 del 1992. Come lo viveva?

«Non come una battaglia corporativa. La legge sulla caccia la pensava dentro un equilibrio più grande: ambiente, agricoltura, comunità. Riuscì a farla approvare costruendo maggioranze difficili, perfino con il consenso dei Verdi. Questo dice molto del suo metodo: mediazione, non muro contro muro».

Dai documenti emerge anche un Rosini attento ai temi sociali ed economici.

«Sì, parlava di democrazia economica, di libertà dal bisogno. Veniva dal mondo contadino, dal sindacato agricolo, dalla dottrina sociale della Chiesa. In quell’orizzonte – cito per esempio l’enciclica Rerum Novarum che per molti di noi ha rappresentato una radice culturale – il lavoro, la dignità e la partecipazione non erano temi astratti. Non c’è vera democrazia politica senza giustizia sociale».

Giacomo Rosini - © www.giornaledibrescia.it
Giacomo Rosini - © www.giornaledibrescia.it

C’è un ricordo che sintetizza meglio il suo modo di intendere la politica?

«Un episodio della mia infanzia che fotografa bene quel filo che lega umanità, relazione e politica. Mio nonno, democristiano, discuteva per ore all’osteria con il capo dei comunisti del paese. Litigavano, si urlavano addosso, poi si stringevano la mano e decidevano chi pagava il vino. Io bambino, intanto, mangiavo ghiaccioli e rimanevo affascinato. Lì ho capito che la politica è confronto duro, ma rispettoso. Opinioni diverse, che però riconoscono un terreno comune: l’idea che il bene della comunità venga prima delle appartenenze. Questo era il mondo di Giacomo».

Che differenza vede tra quella stagione e oggi?

«Allora c’erano valori comuni di fondo. Oggi c’è molta tifoseria. Si urla, si divide, si semplifica una complessità che merita invece risposte tutt’altro che banali».

Quanto ha inciso questa figura nella sua vita personale?

«Moltissimo. Ho sempre tenuto separata la professione dall’impegno pubblico. Ho fatto il mio lavoro, e l’ho fatto senza protagonismi. Anche questo l’ho imparato da lui: la politica, come la vita, non è esibizione, è responsabilità».

Perché oggi è giusto ricordarlo?

«Perché oggi rischiamo di dimenticare in fretta. Giacomo non è da celebrare per nostalgia o per prassi. È un esempio concreto di come si sta nelle istituzioni con sobrietà e visione. Parlava di responsabilità, di giustizia sociale, di bene comune quando oggi prevale l’individualismo. Ricordarlo ci aiuta a rimettere in fila le priorità, a riscoprire l’idea che la società si regge sulla responsabilità condivisa, non sull’interesse di parte».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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