Politica

L’Italia chiede più margini di spesa, ma Bruxelles richiama alla prudenza

La Commissione prende tempo sulle richieste di flessibilità per contrastare il caro energia. Secondo quanto detto dal ministro Giorgetti il deficit toccherebbe il 3,4% del Pil nel 2027
Stefano Zanotti

Stefano Zanotti

Giornalista

Il commissario europeo per l'Economia Dombrovskis e il ministro dell'Economia Giorgetti
Il commissario europeo per l'Economia Dombrovskis e il ministro dell'Economia Giorgetti

Bruxelles non chiude la porta, ma per l’Italia ottenere nuovi margini di spesa sarà tutt’altro che semplice. La richiesta del governo Meloni di maggiore flessibilità fiscale per affrontare il caro energia e l’inflazione si scontra con la prudenza della Commissione europea e le resistenze di diversi Paesi membri. Il confronto resta aperto, senza una bocciatura formale, ma dall’Eurogruppo di giovedì a Lussemburgo è arrivato un messaggio preciso: prima di ipotizzare altre deroghe bisogna utilizzare gli strumenti già previsti dalle regole comuni. Un passaggio delicato per Roma, impegnata nella preparazione della manovra 2027, mentre i rincari pesano su famiglie, imprese e bilanci pubblici.

«Non possiamo continuare a introdurre nuove forme di flessibilità fiscale», ha avvertito il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis. La Commissione esaminerà più a fondo le richieste avanzate da Italia e Grecia, ma ritiene che il quadro attuale tenga già conto – almeno in parte – degli effetti dell’inflazione sui percorsi di spesa. Dombrovskis ha invitato gli Stati a rispettare gli impegni di medio termine e a usare con cautela le clausole disponibili. A preoccupare Bruxelles è anche il clima sui mercati obbligazionari: con rendimenti in aumento e investitori più attenti alla tenuta dei debiti sovrani, nuove concessioni potrebbero essere lette come un indebolimento della disciplina di bilancio.

La guerra

La richiesta italiana nasce dal nuovo shock energetico legato alla guerra in Iran. I rincari dei carburanti si ripercuotono sui trasporti e sui costi di produzione, mentre l’inflazione nell’Eurozona, ha raggiunto il 3,8% a settembre. Per i governi significa dover cercare risorse per attenuare l’impatto dei prezzi senza aumentare eccessivamente il disavanzo. L’Italia, come la Grecia, è tra i Paesi europei con il debito pubblico più elevato e ha quindi spazi di manovra particolarmente limitati.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha scritto alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen per chiedere che una parte delle maggiori entrate fiscali generate dall’inflazione possa essere utilizzata in misure temporanee e mirate a favore di famiglie e imprese. Roma vorrebbe inoltre che l’aumento dei prezzi fosse considerato nella valutazione degli eventuali scostamenti dai tetti di spesa fissati dall’Ue. Il punto non riguarda soltanto il tradizionale limite del deficit al 3% del Pil: il Patto di stabilità riformato prevede anche traiettorie pluriennali della spesa netta che i singoli Stati devono rispettare. È su questa interpretazione che il governo cerca un’apertura.

Atene si muove su una linea simile, ma con una richiesta distinta: escludere dal calcolo della spesa netta alcuni interventi temporanei per compensare i rincari, in particolare quelli dei carburanti. Il premier greco Kyriakos Mitsotakis ha sollecitato più spazio per proteggere il potere d’acquisto dei cittadini. Per entrambi gli esecutivi la questione è come finanziare gli aiuti senza entrare in contrasto con gli obiettivi concordati con Bruxelles.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti non considera chiusa la partita. Dopo l’Eurogruppo ha parlato di «un ampio dibattito» sulle conseguenze dell’inflazione per i conti pubblici e ha sostenuto che la proposta italiana abbia raccolto «numerosi consensi», pur incontrando le tradizionali perplessità dei Paesi più rigorosi. Roma, ha spiegato, ha chiesto alla Commissione un’ulteriore riflessione per arrivare a una corretta interpretazione delle regole. La fiducia del ministro riguarda dunque la possibilità di far valere le ragioni tecniche italiane nell’ambito del quadro esistente, non l’approvazione di una nuova deroga già ottenuta.

I frugali

Le opposizioni più esplicite sono arrivate dai cosiddetti Paesi frugali. Il ministro delle Finanze olandese Eelco Heinen si è detto stanco di sentir proporre modifiche alle regole a ogni nuova emergenza: «Aggiungere debito al debito rende i problemi più grandi», ha osservato, richiamando la necessità di contenere la spesa e fare riforme. Anche la Germania ha messo in guardia da nuove aperture. «Abbiamo appena rivisto le regole fiscali europee», ha ricordato giovedì il ministro delle Finanze Lars Klingbeil. Lo stesso esponente tedesco ha però riconosciuto che la Commissione deve occuparsi di una delle maggiori preoccupazioni dei cittadini europei, gli elevati prezzi dell’energia. Una distinzione che restituisce la difficoltà del confronto: nessuno nega il problema dei rincari, ma non tutti concordano sul modo di affrontarlo.

Salvaguardia

Su un altro fronte, intanto, l’Italia ha incassato un primo via libera. La Commissione ha valutato positivamente la richiesta di attivare la clausola di salvaguardia nazionale per energia e difesa, giudicandola compatibile con la sostenibilità dei conti nel medio periodo. Non è ancora l’approvazione definitiva: il fascicolo passa al Consiglio dell’Ue, che dovrà pronunciarsi. Soprattutto, non va confusa questa decisione con la domanda di ulteriore flessibilità per il caro prezzi, ancora sotto esame. La clausola riguarda spese specifiche ammesse dal quadro europeo, tra cui investimenti destinati alla sicurezza energetica e alla difesa, non un’autorizzazione generale a finanziare qualsiasi misura di sostegno.

I dati

La differenza pesa sulle scelte della prossima manovra. Nel documento di programmazione illustrato da Giorgetti, il deficit italiano è previsto sotto il 3% del Pil nel 2026, ma tornerebbe al 3,4% nel 2027 con l’utilizzo dei margini previsti per energia e difesa. Scenderebbe poi al 3,2% nel 2028 e al 2,3% nel 2029. La crescita, dopo l’1% atteso quest’anno, rimarrebbe sotto l’1% annuo nel triennio successivo. Il debito pubblico, sempre secondo quelle proiezioni, raggiungerebbe il 138,5% del Pil nel 2027, prima di avviare una graduale discesa. Un livello che renderebbe l’Italia il Paese più indebitato dell’Unione in rapporto al Pil, superando la Grecia.

Proprio la combinazione tra crescita debole, debito elevato e costo del finanziamento in aumento rende più stretti i margini di intervento. La Commissione insiste su aiuti circoscritti e temporanei, mentre Roma punta a far riconoscere che l’inflazione modifica anche le condizioni in cui i governi devono rispettare i propri impegni. L’Ecofin di venerdì non ha prodotto una svolta su questo punto. Il negoziato prosegue: per l’Italia la sfida è trovare risorse contro il caro energia senza compromettere il percorso di rientro dei conti pubblici e senza perdere la fiducia dei mercati.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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