Fiori: «I rapporti tra Europa e Cina in una fase di transizione delicata»

Antonio Fiori è professore associato di Storia e Istituzioni dell’Asia dell’Università di Bologna. Esperto coreanista: tra i suoi lavori ci sono «Asia. Storia, Istituzioni e Relazioni Internazionali» (Le Monnier 2022), «The Routledge Handbook of Europe-Korea Relations» (Routledge 2022) e «Il Nido del Falco. Mondo e Potere in Corea del Nord» (Le Monnier, seconda edizione 2021). Domani alle 11 sarà protagonista dell’incontro «Cina: orditi di seta e trame strategiche» organizzato nell’ambito del Festival della Pace al Mita - Museo internazionale del tappeto antico in via Privata de Vitalis.
Professor Fiori, cosa rappresenta oggi la Cina per l’Europa e per l’Italia?
Partirei da un’espressione: transizione delicata. Non siamo in una fase di rottura tra Repubblica popolare cinese e Unione europea, ma certamente è venuto meno il rapporto fiduciario che ha contraddistinto per anni il loro legame. Ormai non si parla più di approccio cooperativo, ma di de-risking. Dal 2019 la Commissione europea ha cominciato a definire la Cina in tre modi: partner per la cooperazione internazionale, ma anche competior economico e, soprattutto, rivale sistemico. Dunque non c’è più la concezione di un’integrazione della Cina nell’ordine liberale, ma di gestione della competizione con una potenza che fondamentalmente promuove valori, regole, norme e modelli economici alternativi. In questo contesto, l’Italia è uscita nel 2023 dalla Belt and Road Initiative sancita nel marzo del 2019 con il governo Cinque stelle. Adesso, con il governo Meloni, assistiamo a un sorta di riallineamento euroatlantico, con delle aperture pragmatiche sul piano economico. L’Italia probabilmente è diventata più guardinga. Non vorrei comunque sembrare troppo pessimista, nel senso che l’Europa e la Cina, almeno dal punto di vista economico, rimangono fortemente interconnesse. Tanto per dirne una, nel 2024 la Cina è stato il primo fornitore dell’Unione europea: stiamo parlando di importazioni per oltre 500 miliardi di euro. Il problema sostanziale è il debito. Il deficit commerciale europeo è superiore ai 300 miliardi: l’interdipendenza non è sparita, ma è diventata fortemente asimmetrica.
Recentemente c’è stata una visita della ministra degli Esteri nordcoreana in Russia e Bielorussia. Quali sono i rapporti?
Posso tranquillamente dire che la guerra in Ucraina è stata vantaggiosa per entrambe le Coree. Sembra assurdo, ma è così. La Corea del Sud è un paese pienamente democratizzato, che è diventato uno dei principali produttori ed esportatori di armi al mondo. Era in ventitreesima posizione e dopo la guerra in Ucraina è diventato l’ottavo esportatore globale di armi. Non può esportare direttamente a Kiev perché c’è una policy che impedisce ai governi sudcoreani di esportare armi direttamente ai paesi belligeranti, ma lo fa attraverso il suo consolidato rapporto con gli Stati Uniti e adesso anche con alcuni paesi europei. La Corea del Nord, invece, ha mandato all’incirca 15mila uomini sul fronte ucraino per aiutare i russi. Kim ha fornito anche munizioni e tutta una serie di materiale bellico. In cambio Putin l’ha assistito nello sviluppo di armi avanzate e ha inviato in Corea del Nord cibo, derrate alimentari e fertilizzanti. Inoltre la Russia ha concesso a Kim una sorta di impermeabilità dal punto di vista diplomatico.

Veniamo al Giappone. Sanae Takaichi è davvero un segno di restaurazione?
Credo proprio di sì. Nei Paesi asiatici il ruolo della donna è ancor marginale, quindi il fatto di avere un primo ministro donna dal punto di vista politico è molto significativo. Takaichi è una conservatrice e si lega all’eredità di Shinzo Abe. Propone una forte politica fiscale e un investimento massiccio nei settori strategici. Va in continuità con una politica neoliberale. Quello che mi preoccupa di più è che vuole revisionare l’articolo della Costituzione che limita l’uso della forza militare. Dobbiamo poi tenere in considerazione che è un’americanista convinta e che è molto conservatrice sui temi sociali: anche questo in Giappone genera un po’ di ansia.
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