Borghi (Iv): «Noi riformisti siamo essenziali per il centrosinistra»

A quasi dieci anni dalla sua prima elezione, nel maggio 2017, l’eredità italiana più vicina al movimento di Emmanuel Macron (che ha debuttato sotto lo slogan «La République En Marche!», oggi mutato in Renaissance) sta tutta nei partiti centristi dell’ei fu Terzo polo. A cominciare da Italia Viva, dove il leaderismo indiscusso di Matteo Renzi è stato spesso appaiato al protagonismo - con più standing in Europa che in Francia, per la verità - di Macron. Un presidente e uno stile politico - quello del cosiddetto «macronismo» - che per il senatore e vicepresidente di Iv Enrico Borghi non si dovrebbero affatto archiviare in modo sbrigativo, anzi.
In Italia il macronismo viene evocato come sinonimo di centrismo riformista. Macron ha governato con una forte personalizzazione del potere, rimprovero più volte fatto a Renzi. Italia Viva sembra rimasta ancorata solo alla leadership dell’ex premier: è anche un progetto politico?
Italia Viva è un progetto politico a tendere, che gode naturalmente della forte leadership di Matteo Renzi ma che non si riassume all’interno del perimetro di una persona sola, per quanto autorevole. È lo spazio politico nel quale si possono sentire a casa tutti i riformismi italiani, che in passato avevano creduto nel progetto di Veltroni per il superamento degli steccati ideologici del Novecento e che hanno dovuto registrare che quel progetto, oggi, è virato verso la costituzione di un nuovo partito di sinistra che tende a far incrociare il Pd massimalista odierno con il «contismo». Una cosa rispettabile, ma che non costituisce il progetto europeista, liberale, riformista e kennedyano a cui in molti abbiamo creduto e per il quale in molti abbiamo operato. Preso atto che il Nazareno ha scelto di essere altro, per ricondursi sui binari di una ortodossia di sinistra, non resta che battere il sentiero della ricostruzione di uno spazio politico che dia sostanza ai nostri ideali personalistici, riformisti ed europeisti. Questo sarà il lavoro di Italia Viva dei prossimi mesi: costruire la Casa dei riformisti italiani, aprendosi al confronto e al contributo di tanti.

Iv è davvero un partito di rottura, come lo è stato il macronismo, o è una costola del centrosinistra che non ha mai trovato una collocazione definitiva?
C’è oggettivamente una affinità tra le esperienze politiche di Renzi e Macron: dentro la cornice di un centrismo liberal-riformista, hanno entrambi operato per superare i partiti tradizionali e le vecchie logiche che hanno trovato, promuovendo riforme strutturali, lotta ai populismi e modernizzazione dei rispettivi Paesi e dell’Europa. Dopodiché ognuno ha operato nelle condizioni date: Macron in Francia ha sfruttato il sistema elettorale presidenziale e la crisi contemporanea di gollismo e socialismo ideologico, Renzi in Italia ha dovuto fare i conti con un sistema elettorale diverso e con un partito, il Pd, che alla fine ha avuto una crisi di rigetto alla sua ricetta. Detto ciò, oggi nel nostro Paese Italia Viva ha una sua collocazione chiara: essere il centro riformista nel quadro della coalizione di centrosinistra, alternativa ad una destra sovranista, nazionalista e trumpiana. Ed è una collocazione consequenziale rispetto ai nostri valori ed ideali.
Ma per chi, come Iv, si dice vicino al macronismo muoversi dentro la dinamica del centrosinistra non è un limite strutturale?
No, è la presa d’atto di come funziona il nostro sistema politico. Dopo la fine della Prima Repubblica, il sistema si è bipolarizzato e si è passati da quello che Galli ha chiamato bipartitismo imperfetto alla dinamica dell’alternanza bipolare della Seconda Repubblica, sia pure con un «bipolarismo sgangherato», per dirla alla Mino Martinazzoli, dove le forze estreme condizionano eccessivamente i poli. Ogni tentativo «terzista» (la Lega negli anni ’90, il Movimento 5 stelle negli anni Dieci, il Terzo polo nel 2022) alla fine è stato ricondotto dentro la dinamica centrodestra-centrosinistra. Questo non significa la scomparsa degli elettori riformisti: dal Ppi e dal Patto Segni fino alla Margherita e poi infine alla lista Monti e al Terzo Polo la domanda di rappresentanza di ceti che rifiutano la radicalizzazione, gli estremismi e gli approcci ideologici è stata reale ed esiste. Ma la politica non è testimonianza, è concretezza: per questo bisogna stare nella dinamica del gioco politico per incidere e cambiare. E quella dinamica oggi è bipolare, e lo sarà a maggior ragione se la destra farà la forzatura di una nuova legge elettorale, la sesta in 35 anni, un caso unico al mondo.
Il Terzo polo in Italia è stato più un’operazione parlamentare che una forza radicata nel Paese. Cosa non ha funzionato secondo lei?
Ho vissuto da fuori quella esperienza, perché nel 2022 credevo ancora alla possibilità di un Pd a vocazione maggioritaria poi archiviato con la segreteria Schlein. Quindi posso dare giudizi parziali, e forse anche non compiuti. In generale, fu un’esperienza che nacque come conseguenza della frammentazione delle forze politiche che avevano sostenuto il governo Draghi sul versante progressista. Ognuno giocò la sua partita, coi risultati noti.

Se il centrosinistra vincesse senza di voi, Iv sarebbe opposizione o partner esterno?
La sua domanda rimanda ad un periodo dell’irrealtà. Con i se e con i ma, la Storia non si fa. E Italia Viva, insieme a tanti riformisti, sarà la «gamba essenziale» per consentire al centrosinistra di vincere nel 2027 e, soprattutto, di governare perché solo noi abbiamo quella cultura di governo essenziale per un paese complesso e grande come l’Italia.
Restando in tema di esperienza di governo: il Jobs Act è stato il vostro marchio. Oggi lo difendereste integralmente o cambiereste qualcosa?
Il Jobs Act è stato oggettivamente il simbolo del progetto riformista della stagione di Matteo Renzi alla guida del Paese. L’idea di fondo non è stata poi così sbagliata, visto che l’introduzione della flessibilità in uscita come leva di attrattività aziendale e il passaggio dalle tutele nel posto di lavoro alle tutele nel mercato - con la Naspi come nuova indennità di disoccupazione - hanno creato le condizioni che hanno portato all’attuale picco di occupazione italiana. Nel merito, poi, come è noto ci sono state diverse pronunce della Corte Costituzionale che ne hanno modificato alcuni istituti. Resta il fatto simbolico e politico di quella riforma, che agì per modernizzare la sinistra italiana svincolandola dalla tutela sindacale e per modernizzare l’Italia, allineandola ai partner europei più competitivi. Un peccato originale che una certa sinistra non ci ha mai perdonato, anche se poi il referendum abrogativo del Jobs Act è miseramente fallito, facendo naufragare anche le velleità politiche di Landini che puntava a ergersi a federatore sulla scorta di un «melenchonismo» italiano che, fortunatamente, è rimasto al palo.
Oggi sono priorità differenti?
Ciò su cui si deve lavorare oggi è la dinamica salariale: l’Italia ha un ritardo strutturale significativo rispetto agli altri paesi europei nel recupero del potere di acquisto perso negli ultimi anni. Siamo la «maglia nera» tra le principali economie Ocse per velocità di ripresa dei salari reali. Oggi la gente lavora, ma spesso fatica ad arrivare alla fine del mese. E il ceto medio si sta impoverendo. Ecco, è su questo che bisogna lavorare. Che significa produttività, rinnovi contrattuali, crescita economica, politiche redistributive, riforma del welfare, innovazione, diminuzione del fisco selettivo soprattutto per chi occupa giovani e donne. Insomma, riformismo...
Tornando al parallelismo con Macron, se dovesse spiegare in tre scelte concrete cosa rende Italia Viva macroniana, quali indicherebbe?
Con Emmanuel Macron condividiamo certamente un’idea di Europa, più forte e più giusta, un approccio economico di tipo liberale legato alla competitività dei mercati e delle imprese e non a un presunto ruolo salvifico dello Stato, ed un approccio pragmatico di governo legato alla concretezza e ai risultati e non a fumose ideologie o facili populismi demagogici.
Macron ha costruito un consenso forte tra ceti urbani, istruiti, produttivi, ma ha perso il rapporto con una parte di Francia periferica. Italia Viva a chi parla oggi? Qual è il vostro elettorato reale?
In termini politici, ci rivolgiamo a chi nella Prima Repubblica ha votato la Democrazia Cristiana e i candidati delle sue correnti popolari e sociali, il Partito Socialista fondato sull’autonomismo di Bettino Craxi, i partiti laici che seguivano il riformismo dei La Malfa o degli Zanone, ma anche la parte migliorista e modernizzatrice del Pci. E a chi nella seconda Repubblica ha creduto all’esperienza politica della Margherita, ai cattolici democratici del Ppi, ma anche alla rivoluzione liberale sempre annunciata e mai concretizzata da Silvio Berlusconi, fino ad arrivare ai progetti dell’Ulivo di Prodi e del Pd di Veltroni, entrambi affossati dalla pervicacia di una sinistra che non vuole fare i conti con la modernizzazione ma solo con la propria conservazione.
E in termini sociali?
In termini sociali, è ovvio che le nostre proposte possono parlare di più a ceti urbani e produttivi, ma non ci rassegniamo all’idea della frattura città-campagna. Anzi, al contrario, vogliamo parlare a chi vive nei tessuti rurali per convincerli che i temi della tradizione e dell’identità si possono sposare con quelli della modernizzazione e della dinamica globale. Insomma, può esistere un «glocal» che unisca globale e locale, anziché costruire una competizione tra le due dinamiche che porta poi all’emarginazione dei territori e alla nascita del rancore su cui le destre prosperano. E, non ultimo, bisogna assolutamente dare una risposta politica alla nuova domanda di partecipazione dei giovani: è un bene prezioso scaturito dall’ultimo referendum.

Nella famiglia europea di Renew Europe, quali sono le differenze reali tra voi e le altre forze liberali?
Noi di Italia Viva aderiamo al Partito Democratico Europeo, fondato nel 2006 da Romano Prodi, Francesco Rutelli e Francois Bayrou, e ne condividiamo appieno i pilastri ideali: valori democratici e umanisti, centralità della persona, federalismo europeo, metodo riformista, diritti umani, ambiente e sostenibilità. Altre formazioni politiche italiane di centro (penso a Più Europa o ad Azione) aderiscono invece all’Alde, l’alleanza dei liberal-democratici che punta più l’accento sulla libertà e i diritti individuali e sull’economia di mercato e la concorrenza libera, oltre che su temi etici specifici. Il lavoro di questi anni ha consentito di tenere insieme questi due filoni culturali nella famiglia politica europea di Renew Europe, e credo sia stato un risultato importante. Sono certamente più le ragioni che ci uniscono che quelle su cui possono esserci rilievi di distinguo.
Se il macronismo in Italia non ha mai davvero sfondato, è dipeso dell’offerta politica o della domanda degli elettori?
Bisogna ricordare che ci sono differenze istituzionali, di leadership e strutturali tra Italia e Francia. Il sistema elettorale francese premia le forze di centro che sanno raccogliere al ballottaggio i voti contro «le estreme», in Italia il bipolarismo lascia pochissimi spazi di manovra a terze forze. E poi ci sono caratteristiche di natura sociale, storica, di formazione delle élites differenti. L’assenza di un sistema semipresidenziale con ballottaggio a tre è sicuramente una soglia all’ingresso altissima per far funzionare un macronismo in Italia. A cui aggiungo due caratteristiche: il sistema politico italiano è fondato sul parlamentarismo, e quindi sulle esperienze di coalizione. Una tradizione che mal si addice a dinamiche decisioniste. E, secondo aspetto, un partito va costruito dal basso, legandolo a dinamiche storiche e sociali in corso. È quello che stiamo facendo con Casa Riformista: stare nella Storia, stare nella società.
Il macronismo oggi in Francia è assai più fragile rispetto al 2017. Si può dire che sia un’esperienza già in fase discendente?
Intanto è una esperienza peculiare francese. Starei attento a liquidarlo in fretta: Emmanuel Macron, alla fine, sarà tra i presidenti della Repubblica francesi più longevi, e non mi pare abbia né la volontà né l’età per andare ai giardinetti...
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