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L’ornitologa Bettega: «Animali e piante salgono in quota per sopravvivere»

La ricercatrice ha scritto un libro che racconta come la crisi climatica stia trasformando gli ecosistemi alpini: «Riconoscere che il cambiamento climatico esista e soprattutto che abbia una derivazione antropica è il primo passo». L’intervista
Ruggero Bontempi
Chiara Bettega con un fringuello alpino appena inanellato - Foto Maria Delgado
Chiara Bettega con un fringuello alpino appena inanellato - Foto Maria Delgado

Numerose specie animali e vegetali si stanno spostando a quote sempre più alte per cercare di trovare condizioni ambientali idonee all’interno di un sistema globale e locale che cambia in modo repentino.

È questo il tema di fondo dal quale parte un libro che documenta e approfondisce le sfide che provano a raccogliere gli ecosistemi montani davanti alla crisi climatica. L’autrice di questo interessante libro dal titolo «Salire per sopravvivere» (People Edizioni, 128 pagine, 14,00 euro) è Chiara Bettega, trentina, ricercatrice ornitologa e collaboratrice del Muse di Trento. L’abbiamo intervistata.

La copertina di «Salire per sopravvivere»
La copertina di «Salire per sopravvivere»

Dottoressa Bettaga, quali caratteristiche rendono particolarmente vulnerabili gli ecosistemi alpini agli effetti dei cambiamenti climatici?

Il clima è un elemento fondamentale negli ecosistemi montani. Le montagne infatti comprimono in uno spazio relativamente ristretto tutta la variazione di temperatura che, in pianura, si avrebbe muovendosi in senso latitudinale di parecchie centinaia di chilometri: per ogni 100 metri percorsi verso l’alto la temperatura diminuisce di circa 0.6 °C. Si tratta di una variazione che in senso latitudinale si avrebbe nel nostro emisfero approssimativamente ogni 90 chilometri. A questo si aggiunge poi la topografia, notoriamente articolata in ambito montano. Quindi l’interazione tra clima e topografia determina la grande complessità delle montagne, in cui possiamo trovare diverse zone, chiamate fasce vegetazionali, ciascuna delle quali caratterizzata da determinate comunità vegetali e animali, adattate a specifiche condizioni di substrato, morfologia, temperatura. Pertanto, l’aumento delle temperature conseguenti al cambiamento climatico – che come dimostrato da recenti studi sta avvenendo più velocemente in montagna rispetto alle pianure – determina un movimento verso l’alto di specie, animali e vegetali, che cercano condizioni climatiche più favorevoli.

Cosa ci ha insegnato la tempesta Vaia del 2018?

Dal punto di vista ecologico Vaia in realtà non ci ha insegnato nulla che non sapessimo già. Le tempeste di vento sono tra i principali fattori di disturbo delle foreste europee, con i quali la comunità di specie forestali è abituata a convivere da sempre. Questi eventi rappresentano un’opportunità ecologica, perché essenziali al rinnovamento del bosco, aumentandone la complessità strutturale e la biodiversità. Potrebbe sembrare controintuitivo: muoiono alberi e la biodiversità aumenta? Ebbene si. Non dobbiamo pensare agli spazi creati dal disturbo come vuoti contenitori ormai senza vita, tutt’altro: questi spazi diventano nuovi habitat, che ospitano una nuova comunità di organismi viventi legati sia al legno morto sia alle zone aperte. Quindi dove prima c’era «solo» bosco, composto da una comunità di piante ed animali strettamente legata ad esso, il disturbo naturale aggiunge complessità e diversità. Certo, nel contesto della crisi climatica eventi come Vaia sono destinati ad aumentare in frequenza e intensità, ed è questa la vera sfida per le nostre foreste. Vaia ha però toccato anche la sfera umana, sotto diversi punti di vista: da quello puramente economico (i boschi colpiti sono in buona parte boschi di produzione, il cui legname viene utilizzato per vari scopi, ndr) a quello affettivo, per cui gli abitanti delle valli interessate, ma anche i turisti che le frequentano da anni, hanno provato un senso di spaesamento, un impatto emotivo simile al lutto, come lo definisce l’antropologo Pietro Lacasella. La narrazione principale che è conseguita a Vaia non ha certo aiutato a metabolizzare lo shock, e sicuramente la successiva infestazione di bostrico tipografo ha aggiunto ulteriore benzina sul fuoco. Vocaboli come «distruzione», «disastro», «insetto killer» non danno alle persone gli strumenti per comprendere la complessità di eventi come Vaia. Al netto delle implicazioni economiche, che sono certamente importanti per le valli alpine e vanno comunque considerate e gestite, sapere che questi disturbi naturali rappresentano un valore aggiunto per l’ecosistema forestale aiuterebbe a lenire le ferite. Ecco, forse è proprio in questo che Vaia e il bostrico potrebbero insegnarci qualcosa: riportare l’ecologia nella narrazione, farla entrare maggiormente nelle nostre case.

Fringuello alpino, piccolo passeriforme delle praterie alpine - Foto Chiara Bettega
Fringuello alpino, piccolo passeriforme delle praterie alpine - Foto Chiara Bettega

Che specie animali la affascinano di più tra i «relitti glaciali« che descrive nel suo libro?

Tutti hanno delle caratteristiche che mi affascinano, ma ho un debole per i rapaci notturni, quindi in questo caso la «simpatia» particolare è per la civetta capogrosso. Si tratta di un piccolo rapace notturno tipico dei boschi di conifere, ben diffuso nell’Europa nord-orientale, ma molto più frammentato nell’Europa centrale, dove persiste nelle principali catene montuose tra cui le Alpi, dove ha trovato rifugio dopo l’ultima glaciazione. La civetta capogrosso nidifica nelle cavità degli alberi; tuttavia le conifere sono piante in cui difficilmente si formano cavità naturali, quindi la specie dipende strettamente da quelli che chiamiamo «ingegneri delle foreste», ovvero i picchi. Ma la cosa si complica ulteriormente per la capogrosso, perché essa può utilizzare solo le cavità, abbandonate, di una specie in particolare di picchio, cioè il picchio nero. Questo perché nelle cavità scavate dalle altre specie di picchi la civetta capogrosso non riuscirebbe ad entrare. Il picchio nero invece realizza le cavità più ampie e con un foro d’entrata più largo, quindi perfette per questa specie. Dato il suo legame con condizioni climatiche fredde, la civetta capogrosso è uno dei «sorvegliati speciali» dei boschi alpini.

Una civetta capogrosso che si affaccia dal nido, in una cavità scavata dal picchio nero - Foto Chiara Bettega
Una civetta capogrosso che si affaccia dal nido, in una cavità scavata dal picchio nero - Foto Chiara Bettega

Ci spiega per quali motivi l’innalzamento delle temperature nelle zone alpine sta creando motivi di criticità anche per una specie simbolo come lo stambecco?

Lo stambecco non possiede ghiandole sudoripare, quindi non può termoregolarsi attraverso la sudorazione. Studi recenti hanno osservato che, quando le temperature superano i 15 gradi centigradi (condizione che diventa sempre più frequente durante le estati alpine, ndr), gli stambecchi cessano qualsiasi tipo di attività, riattivandosi al tramonto e aumentando così l’attività notturna. Quindi questi animali in qualche modo stanno rispondendo all’innalzamento delle temperature in quota, il che è positivo. D’altra parte però, l’aumento dell’attività crepuscolare-notturna comporta maggiori rischi per una specie che non ha occhi ben adattati alla vista notturna. Innanzitutto in queste condizioni lo stambecco ha meno capacità di fuga da possibili predatori notturni, che a differenza sua hanno invece una vista molto ben sviluppata); inoltre, i terreni accidentati su cui solitamente si muove con grande agilità di giorno possono diventare molto più insidiosi in condizioni di scarsa visibilità durante la notte.

Chiara Bettega con un sordone appena inanellato - Foto Enrico Dorigatti
Chiara Bettega con un sordone appena inanellato - Foto Enrico Dorigatti

In che modo si può raccogliere la sfida dei cambiamenti ambientali nella frequentazione della montagna? E’ possibile apportare singolarmente contributi migliorativi?

La questione climatica è complessa e richiede un approccio quanto meno a livello nazionale, se non sovra-nazionale. Va da sé che i comportamenti individuali sono comunque importanti, e nella storia recente molti cambiamenti di rotta nello status-quo sono partiti da pressioni della società civile. Quindi credere innanzitutto che il cambiamento climatico esista e soprattutto che abbia una derivazione antropica è il primo passo, da cui a mio avviso scaturisce la voglia di provare a cambiare come singoli, ma anche di chiedere un cambiamento a livello politico. Dopodiché, la crisi climatica è «l’ultima arrivata» nella stanza dei cambiamenti ambientali. Essa infatti si aggiunge ad una situazione in cui gran parte degli ecosistemi è sotto pressione da decenni a causa delle attività antropiche: inquinamento, cementificazione, frammentazione degli habitat e sovrasfruttamento sono tutti elementi che stanno già causando profonde alterazioni nell’ambiente naturale. Il cambiamento climatico mette il carico da 11. Le nostre montagne non sono da meno: dal secondo dopoguerra abbiamo profondamente modificato il nostro modo di relazionarci con le Terre Alte, che sono divenute una delle mete favorite per il tempo libero. Questo è senza dubbio positivo, se non fosse che in molti casi ha significato un eccesso di infrastrutture e un carico importante di visitatori. Secondo me è proprio qui che possiamo agire: se gli ecosistemi montani sono «sotto sforzo» per fronteggiare la crisi climatica, dovremmo almeno cercare di ridurre l’impatto delle nostre attività. Iniziando da una frequentazione più consapevole, che banalmente passa anche dal rimanere nei tracciati dei sentieri o delle piste da sci. Rispetto a queste ultime, si dovrà necessariamente iniziare – o continuare, laddove il percorso sia stato già intrapreso – una profonda riflessione sul modello turistico invernale tradizionale, che non può sostenersi ancora a lungo nel contesto climatico attuale. Credo che sia importante anche il ruolo del consumatore finale: se comprendiamo davvero le implicazioni del nostro modo odierno di vivere la montagna forse saremo più propensi ad accettare un’evoluzione nell’offerta turistica. La prima cosa, quindi, è conoscere veramente gli ecosistemi montani. Anzi, prima ancora dovremmo diventare consapevoli che noi, come esseri umani, siamo parte degli ecosistemi, che al loro interno tutto è connesso e che non possiamo prescindere dalla loro salute.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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