Opinioni

La visione che manca fra le macerie che restano

Dieci anni dopo il terremoto che devastò Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, i segni di quella ferita sono ancora fin troppo evidenti. Le stime indipendenti indicano intorno al 40 per cento l’avanzamento della ricostruzione
Claudio Baroni

Claudio Baroni

Editorialista

Un cantiere ad Amatrice nel 2026 - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Un cantiere ad Amatrice nel 2026 - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Dieci anni. Erano le tre e mezza della notte del 24 agosto 2016 quando una scossa di magnitudo 6 fece tremare l’Appennino centrale devastando Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto. Trecento i morti – per l’esattezza 299, dei quali 237 solo ad Amatrice – e 388 i feriti.

Ma la devastazione fu tremenda e i segni di quella ferita sono ancora fin troppo evidenti, dieci anni dopo. A maggio delle 4.333 case danneggiate solo 1.628 erano state recuperate, e solo 348 erano i cantieri completati degli 828 attivati. Negli ultimi giorni l’imminenza delle cerimonie per il decennale ha spinto ad una nuova sollecitudine, com’era facilmente prevedibile.

Ancor di più nelle dichiarazioni ufficiali, perché – dicono i maligni – la premier Giorgia Meloni non vorrebbe che ad Amatrice accadesse il bis delle contestazioni raccolte l’altro giorno a Taranto. E per i fischi ragioni non mancano, come non manca chi li sollecita. Se li aspettava anche Mario Draghi, l’unico premier a salire ad Amatrice... Ma a che punto siamo dopo dieci anni? Le stime indipendenti indicano intorno al 40 per cento l’avanzamento della ricostruzione.

Chi giunge da quelle parti ancora incontra rovine, palizzate, recinti, più che cantieri all’opera. Anche se Giorgia Meloni parla del più grande cantiere d’Europa. Mancano le aggregazioni sociali, quelle che rendono la vita possibile. La maggioranza della popolazione vive ancora nelle casette Sae (la sigla sta per soluzioni abitative di emergenza). Casette in fibra di plastica, soluzione ben accolta da chi era rimasto senza casa dopo il sisma, ma ormai insopportabile dopo dieci anni.

Cantieri ad Amatrice - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Cantieri ad Amatrice - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

I giovani se ne vanno: molti a Roma, altri sulla costiera adriatica, qualcuno all’estero. Gli ottimisti mostrano il plastico dell’ospedale nuovo. I pessimisti fanno notare che persino le chiese antiche sono rimaste inagibili. L’ex sindaco, Sergio Pirozzi, che nei giorni della tregenda aveva mostrato tutto il suo carattere, ora è tornato a fare l’allenatore di calcio. Che non sia un momento facile lo ammette lo stesso sindaco di oggi, Giorgio Cortellesi, che è di Fratelli d’Italia, e quindi non ostile al Governo, quando sostiene che l’aria che tira è di sconforto.

Chi può se ne va. Molti hanno mantenuto qui la residenza ma non vivono più ad Amatrice e dintorni. E forse questa è la spiegazione delle lentezze, dalle fatiche, dello sconforto che accompagnano il decennale del terremoto. Amatrice è stata scossa fin dalle sue fondamenta in un momento che già era di grande difficoltà. Registrava da tempo un costante spopolamento ed aveva forse già perso il senso vero del suo persistere.

Luogo celebre e caro a molti, luogo di vacanza estiva, luogo di sagre memorabili. E poi? Stava vivendo la sorte che accomuna molte delle località dell’Appenino, dalle alture bolognesi alla Basilicata. Sono quelle che vengono definite «aree interne», che rimangono senza servizi e senza abitanti, che invecchiano e si esauriscono.

Papa Francesco in visita ad Amatrice - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Papa Francesco in visita ad Amatrice - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Che qualcuno già aveva date per inesorabilmente perdute e che una grande operazione di tenace speranza sta cercando di rilanciare. È la sfida della «restanza», lanciata da chi non solo vuole «non partire» ma da chi progetta una rigenerazione di territori. Inutile, fuorviante, tracciare paragoni e chiedersi: perché in Friuli hanno ricostruito paesi e comunità in pochi anni mentre nel Belice, in Irpinia, ad Amatrice non accade?

Potremmo scegliere la spiegazione comoda e dire che è questione di sapersi rimboccare le maniche e non attendere sempre gli aiuti esterni. Ma non è così: possono rimboccarsi le maniche le comunità che hanno energie e risorse per farlo, non chi già sta vivendo l’emorragia dello spopolamento. Poi ci sono le pesantezze burocratiche, le carenze amministrative, la mancanza di visione politica. E questo è accaduto anche ad Amatrice.

Una recentissima indagine spiega che in Italia negli ultimi cinque anni è raddoppiata la quota dei progetti e delle grandi opere che il Governo ha delegato ai commissari straordinari. Dighe, strade, ma soprattutto interventi a seguito di emergenze. Spesso la nomina di un commissario è stata la soluzione di facciata per problemi rimasti immutati.

Che può fare un commissario se non ci sono risorse, ma soprattutto se non c’è una visione di chi amministra e governa? Giorgia Meloni rivendica per il suo governo una continuità di impegno che prima non c’era. Il suo commissario, Guido Castelli, parla di investimenti per 4,3 miliardi. L’obiettivo, dice la premier, è la rinascita dell’Appennino centrale. Vasto programma… dieci anni dopo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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