Stavolta mi ha risposto per le rime. Vingegaard ha vinto a Piancavallo da campione dopo le critiche che avevo avanzato sul Giornale di Brescia e riprese da alcuni siti web nazionali e internazionali però resto della mia opinione: la tappa da vincere era quella dolomitica, non questa. Dopodiché tanto di cappello ad un corridore che ricordiamo, essere l’unico a tenere testa a Pogacar e così lo vedremo al Tour. A spegnere però l’entusiasmo di noi italiani è stata nella seconda settimana la defaillances di Giulio Pellizzari. E nonostante abbiamo vinto tre tappe come italiani purtroppo il bilancio è scadente. Si poteva e doveva vincere di più.
Il livello generale dei rivali di Vingegaard era piuttosto bassino e di veri capitani in questo Giro ce n’erano davvero pochi. Vuoi perché la tendenza del ciclismo moderno è quella di non avere più i mezzi capitani: o sei un campione e con le squadre World Tour tutte straniere è sempre più difficile avere al comando un atleta italiano, oppure sei un gregario.
L’Italia, una delle culle del ciclismo, è diventato un paese di gregari. Adesso speriamo a Roma nell’acuto di Milan. Che visto come è andato in questo Giro e come sono meglio organizzate le altre squadre potrebbe essere già un mezzo miracolo.



