L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping è dedicato a commercio, Iran, Taiwan e intelligenza artificiale. Ma nelle capitali europee il suo significato appare molto più ampio. Per l’Ue, infatti, il vero tema va oltre il contenuto dei negoziati. Quale ordine internazionale potrebbe emergere dal rapporto tra Washington e Pechino? Come trovare una risposta?
È oramai ben diffusa la consapevolezza di un mondo avviato a una logica di rivalità o accordi tra grandi potenze. Non necessariamente i pericoli insiti nella rivalità sono maggiori di quelli degli accordi. Anzi, l’Europa ha molto più da temere dai secondi.
Quando le grandi potenze negoziano direttamente, lasciano le medie ai margini. Vi è il timore di come possibili accordi economici si riversino a danno dell’Ue, di come la diplomazia eccentrica di Trump possa trasformare questioni strategiche cruciali, dall’Ucraina a Taiwan, in elementi negoziabili, con Putin e Xi, all’interno di rapporti bilaterali più ampi.
Il summit del 2025 tra Trump e Putin ad Anchorage è, in generale, stato giudicato in Europa come una forma di implicita collusione. Oggi Taiwan potrebbe diventare un precedente strategico per future crisi. Se Washington dovesse attenuarle il sostegno, per ottenere vantaggi economici o strategici dalla Cina, si accrescerebbe nei governi europei il timore di come tale approccio potrebbe, in un prossimo futuro, ripercuotersi sulla nostra sicurezza, leggi disimpegno sull’articolo 5 della Nato
Queste preoccupazioni celano la doppia vulnerabilità dell’Ue. Continuiamo a dipendere militarmente dagli Usa, mentre sul piano industriale e tecnologico restiamo fortemente legati alla Cina. Una dipendenza emersa con gli sconvolgimenti geopolitici degli ultimi anni: il riarmo europeo, in primis per nostra difesa dalla Russia, si basa ampiamente su sistemi americani costruiti con materie prime provenienti dalla Cina, quali le terre rare e la grafite utilizzate nelle batterie e nei droni.
Pechino ha progressivamente trasformato questo predominio industriale in uno strumento geopolitico. Le restrizioni alle esportazioni di terre rare e di altri materiali critici hanno mostrato quanto le catene di approvvigionamento occidentali siano vulnerabili alle decisioni cinesi. Per l’Europa il rischio è evidente: trovarsi stretta tra una dipendenza militare dagli Stati Uniti e una dipendenza industriale dalla Cina, senza possedere piena autonomia strategica in nessuno dei due campi.
Anche sul terreno tecnologico il vertice di Pechino potrebbe avere conseguenze importanti per l’Europa. Stati Uniti e Cina dominano infatti i settori decisivi dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori avanzati e del cloud computing. Ne è riflesso la composizione della squadra di cui Trump si avvale nella missione. Oltre a Elon Musk (Tesla) e Tim Cook (Apple) e altri, anche (all’ultimo momento) Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia. La presenza di quest’ultimo, pure causa di dissapori interni, è un segnale di possibili e importanti accordi in tema di IA.
Di fronte a tale spiegamento di forze, di cosa dispone l’Ue? Negli anni, attraverso gli accordi commerciali, ci siamo costruiti una capacità regolatoria. Il cosiddetto effetto Bruxelles. Tuttavia, se Washington e Pechino dovessero definire standard comuni, tramite accordi sulle tecnologie strategiche, rischieremmo di vederlo depotenziato. Dovremmo essere noi ad adattarci.
In un mondo accodato attorno a rapporti diretti tra grandi potenze, l’Ue pur mantenendo un peso economico di rilievo, rischia di ritrovarsi geopoliticamente marginale. Anche per questo si è intensificato il dibattito su difesa comune, autonomia strategica, sicurezza energetica e sovranità tecnologica.
Per l’Ue, dunque, il vertice Trump-Xi è più di un nuovo capitolo nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina: è un passaggio decisivo per determinare se l’Europa sarà uno dei protagonisti nell’ordine globale in divenire o uno spettatore, inevitabilmente forzato ad adattarsi a decisioni altrui. Solo nell’unità la risposta potrà tutelare i nostri interessi e la nostra libertà.



