Veni, vidi, postai: il paradosso del turismo in montagna

L’estate 2025 che si è da poco conclusa sarà ricordata in Italia per l’elevato numero di turisti nelle località alpine, e purtroppo anche per il consistente numero di vittime in montagna. C’è tuttavia un altro aspetto che ha caratterizzato il recente periodo estivo, e riguarda le motivazioni che hanno spinto in quota molte persone che hanno scarsa familiarità con questi ambienti.
«Veni, vidi, postai». La celebre frase pronunciata da Giulio Cesare per informare dell’esito favorevole della battaglia di Zela si riscrive ai tempi della comunicazione social, e attualizza il finale con una vittoria simboleggiata dalla diffusione di una foto.
Il ruolo esercitato dai «content creator» e dagli «influencer» sui social network ha spinto molti utenti a trasferirsi dalle immagini virali di una piattaforma virtuale fino alla realtà tangibile di quelle stesse località, e in particolare verso quelle più «instagrammabili», cioè facilmente spendibili su un account Instagram. Il monte Seceda, i laghi di Sorapis, di Braies e di Carezza ad esempio, luoghi meravigliosi nelle espressioni dei loro paesaggi dolomitici, sono stati travolti dall’esperienza delle migrazioni del «Turismo 2.0», e conseguentemente minacciati nell’integrità dei loro fragili ecosistemi e degli elementi naturali che li caratterizzano.

Il sovraffollamento e le code sui sentieri, e non ultimi l’incremento dei prezzi di parcheggi, strutture ricettive e impianti di risalita sono i fattori che più hanno contribuito a sminuire, in diverse località, il valore autentico di un’esperienza di visita. Mossi dal desiderio di emulare chi ha catalizzato l’attenzione facendo conoscere una meta suggestiva si finisce con il banalizzare la meta stessa, se fruita in un contesto di confusione e svilita anche nel cammino fatto per arrivare, spesso caotico e iper-frequentato. Per molti «viandanti per un selfie» questi risvolti paradossali sembrano rivestire uno scarso interesse.
I motivi per intraprendere un’escursione per loro non sono dati dal raggiungimento di una montagna, di un lago, di una chiesetta o di una località, ma soprattutto dal dovere autoimposto della dimostrazione di esserci andati. La comunicazione agli amici del raggiungimento di una meta non si realizza quindi nella modalità di un racconto vissuto e appassionato di luoghi, sentieri, toponimi e persone incontrate, ma attraverso la pubblicazione di un breve video o di una fotografia su un social network, destinati presto ad essere dimenticati.
Viene da chiedersi che tipo di sensibilità fa maturare questa modalità di narrazione sciacquata e consumistica della montagna. Se lo domandano anche gli operatori, che hanno avviato una discussione sulle strategie più opportune da adottare, il prossimo anno, per gestire grandi flussi nel rispetto della capacità di carico turistica dei delicati ecosistemi alpini in tutte le loro componenti ecologiche, sociali, economiche e infrastrutturali. Basterà l’informazione o si dovrà ricorrere a misure più drastiche? Ai post(eri) l’ardua sentenza.
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