La vacanza del caro-ombrellone cancella il mito del ceto medio

Non se lo possono più permettere. La fuga dagli stabilimenti balneari diventati troppo costosi riapre il vaso di pandora delle disquisizioni sul ceto medio. La vacanza al mare, in Romagna o in Liguria e più ancora in Toscana, era diventata, dagli anni ’60 in poi, l’emblema del boom italiano, il trionfo di quella parte del Belpaese che aveva preso l’ascensore sociale e poteva godersi l’agosto in spiaggia, sotto l’ombrellone. Era una parte crescente, di anno in anno, fino a quando un celebre «Saggio sulle classi sociali» di Paolo Sylos Labini, nel 1974, spiegò a sinistra e destra, ma soprattutto a sinistra, che il ceto medio dominava la scena scardinando il teorema della lotta di classe.
Gli ipermercati e le vacanze, così ben rappresentati sugli schermi delle nascenti tv commerciali, erano diventati la manifestazione del sol dell’avvenire. Guardando la parabola dei decenni successivi, verrebbe da dire che quella situazione già aveva in sé le crepe della sua crisi, ma per altri trent’anni il ceto medio è rimasto il fulcro della società italiana (e occidentale, perché il fenomeno non è solo nostro). Almeno fino alla crisi del 2008, quella dei fondi subprime.
Ora, nelle cronache balneari dell’agosto che ci fa sudare, quella stessa icona di ombrellone e lettino in riva al mare si sgretola come un castello di sabbia. Il ceto medio si va riducendo a vista d’occhio. Lo stanno spiegando da tempo Istat e Censis, e nei giorni scorsi anche un sondaggio svolto da Demos, il gruppo di ricerca di Ilvo Diamanti, il sociologo che del saggio di Sylos Labini è stato il curatore della riedizione del cinquantenario. Sempre meno italiani, a precisa domanda, rispondono di sentirsi parte del ceto medio. Molti hanno il timore di non esserlo più nel giro di poco tempo. Lo sostengono spiegando che ormai non si possono permettere molte delle cose che avevano contraddistinto la classe sociale di mezzo, quella che senza essere ricca, stava comunque bene.
L’appartenenza ad una classe sociale si può misurare solo in fasce di reddito? Oppure ci sono altri elementi che fanno da collante d’interessi? Per dirla in maniera rozza: il ceto medio è costituito da partite Iva non forfettarie o da buoni stipendi? Perché tenere insieme entrambi, nella società frammentata di oggi, anche solo dal punto di vista fiscale, diventa assai complicato. Complicato è anche immaginare una politica che favorisca il ceto medio. Sarebbe preziosa per l’equilibrio del nostro sistema, ma difficile da immaginare se non si riesce neppure a dare una visione omogenea di chi si vuole aiutare.

Essere ceto medio è soprattutto un sentimento, un sentirsi collocati in quell’ambito sociale. Su questo si sono concentrate tutte le rilevazioni sociologiche e statistiche, compresa l’ultima, svolta dalla Demos, che rileva come oggi meno della metà della popolazione italiana si senta parte di una classe media o medio-bassa, mentre solo vent’anni fa questo sentimento, a ragione o a torto, era condiviso da sei italiani su dieci.
È tra i giovani che prevale l’incertezza, perché nelle nuove generazioni vi è la maggior difficoltà ad immaginare progetti per il futuro. Dato comprensibile, visti i tempi lunghi di approdo dei nostri ragazzi al mondo del lavoro. Tuttavia anche chi sta nel mezzo della vita non sfugge all’insicurezza.
Ed è su questo versante che si apre la questione politica. I partiti hanno sempre cercato consensi rivolgendosi a categorie economiche e professionali. Ma oggi a chi possono rivolgersi? La «questione del ceto medio» non riguarda infatti solo diversità e disuguaglianze crescenti nelle fasce di reddito, o per aree territoriali, ma anche la riduzione del welfare (si pensi a sanità, assistenza, pensioni), i notevoli cambiamenti strutturali delle famiglie (prevalgono i single), la contrazione demografica. Non è facile orientarsi in un panorama così mutevole.
Paolo Sylos Labini, mezzo secolo fa, identificava politicamente il ceto medio (non solo quello, perché i consensi erano più ampi) con la Dc e i suoi alleati, dai liberali ai repubblicani, dai socialdemocratici fino ai socialisti riformisti. La Democrazia cristiana, nelle sue alleanze, riusciva a federare un mondo variegato ma non troppo separato. Già la fine della Prima repubblica, trent’anni fa, ha segnato la crisi di quel modello.
Oggi da più parti spunta l’ipotesi di rilanciare un centro politico che dia voce al ceto medio, proprio perché i dati sul tappeto mostrano una radicalizzazione che polarizza i consensi più verso destra o sinistra che nelle posizioni intermedie. Un nuovo centro politico, si dice, potrebbe riportare alle urne chi nel frattempo se n’è allontanato. Per ora sembra che il centro politico sia come il ceto medio: che ci sia ognun lo dice, dove sia e dove vada nessun lo sa.
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