Inviato Ue per la pace in Ucraina? Un sogno infranto
Quanto, tra le altre cose, riflette l’inadeguatezza dell’Ue di fronte ai problemi geopolitici dell’oggi, in primis la guerra in Ucraina, è la proposta, giunta sul tavolo del Consiglio europeo, appena concluso, di un suo rappresentante-inviato esterno nei negoziati di pace.
Avanzata dalla Finlandia e sostenuta dalla Spagna, l’ha persino appoggiata lo stesso presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa. La nostra Unione ha troppi leader, troppi presidenti, ricaduta, appunto, della sua incompiutezza. Non una federazione, ma ben di più di una confederazione. Un misto tra due livelli: sovranazionale e intergovernativo, col risultato di decisioni lunghe, sofferte, di compromessi in ritardo rispetto ai tempi. Questa inadeguatezza si era già manifestata con la crisi dei debiti sovrani, nei riguardi del grande malato chiamato Grecia. Si perse troppo tempo, alla fine pagammo e soffrimmo tutti di più. Si trattava, tuttavia, di un problema interno, anche se originato altrove; il malato poteva aspettare. Oggi, tuttavia, non possiamo far aspettare proprio nessuno.
Anzi, dobbiamo rincorrere chi si muove veloce, forte anche dei suoi poteri: Donald Trump. Ci siamo fatti sorprendere, nonostante le tante avvisaglie delle sue dichiarazioni pre-elezioni. I tempi urgono. Ci siamo lamentati, anche indignati, per una trattativa a due, senza di noi. Ma sotto sotto, forse dovremmo essere quasi grati al Donald d’oltre oceano per averci risparmiato l’imbarazzo nel quale saremmo piombati se ci avesse chiesto di inviare un rappresentante dell’Ue al tavolo negoziale. Avrebbe seminato lo scompiglio. Lo sgomitare tra i leader nazionali e dell’Ue avrebbe rivelato quanto gli egoismi percorrano il Continente. Pur sempre teso a presentarsi come un blocco, anche se sempre più spesso a geometria variabile. Ventisette, a volte ventisette meno uno o meno due.
Facciamo una supposizione: di fronte all’incalzare degli eventi, il Consiglio europeo giunge a designare un proprio rappresentante. Per certo, per non urtare alcuna sensibilità, non potrebbe trattarsi né di un premier in carica (posti per giunta sempre precari), né di alcun capo delle istituzioni di Bruxelles. La scelta potrebbe solo cadere su qualche ex, di eccellenza. Ve ne sono in giro, anche dalle nostre parti... A questo punto si porrebbe il problema di quale mandato affidargli.
Dovrebbe essere piuttosto ampio, di fatto plenipotenziario (all’interno di ampie linee-guida) per le trattative e la conclusione di un accordo di pace. Anche perché, se proprio dovesse chiedere istruzioni, a chi si rivolgerebbe? A un Antonio Costa il quale, a sua volta, dovrebbe sentire i Ventisette? Inverosimile. Il mandato del plenipotenziario dovrebbe includere la sua capacità di negoziare e decidere in merito a territori da questa o da quell’altra parte, a militari da inviare in certe zone a garanzia della pace e sotto quale bandiera, alla consistenza dell’esercito ucraino e agli armamenti di cui dovrebbe essere dotato, alla neutralità o meno dell’Ucraina, e altro ancora. Il nostro ex d’eccellenza, proprio in quanto tale, si destreggia bene, tratta con abilità, ottiene e concede. Alla fine, le parti in gioco raggiungono e firmano un accordo.
Fine della storia? Sì, ma solo per il plenipotenziario. Per divenire vincolante vi sarà bisogno di un voto del Consiglio europeo, e, in non pochi casi, dell’approvazione e ratifica da parte dei governi e parlamenti nazionali. Tre ostacoli finali non dappoco, per di più il percorso dovrà essere netto. Qui riaffiorerebbero personalismi, egoismi, visioni corte (come le prime elezioni da venire). Facciamo un ultimo sforzo. Non uno ma tutti i Ventisette saltano agevolmente e il percorso netto lo compiono. L’accordo entra in vigore, una pace giusta e sostenibile si avvia, l’Europa siede tra le grandi potenze.
L’argomento «inviato» non è nelle conclusioni del Consiglio europeo. L’inadeguatezza persiste. Fine del sogno.
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