Difesa e sicurezza: priorità di un’Europa che deve cambiare

«Non abbiate paura», parole pronunciate con fermezza, con le quali un uomo fece cadere un intero sistema di potere politico ed economico. Certo, si trattava di un grande Papa, come lo fu Giovanni Paolo II, oggi santo. Quell’esortazione, pronunciata da un altro polacco, è risuonata una decina di giorni fa nell’emiciclo del Parlamento europeo a Strasburgo, e pronunciata da Donald Tusk nel discorso di avvio del semestre polacco di presidenza del Consiglio dell’Ue.
L’esortazione accompagnerà, inevitabilmente, il Consiglio europeo informale perché allargato, convocato da Antonio Costa per oggi, lunedì 3 febbraio. Vi parteciperanno anche il premier britannico Keith Starmer, nonché Mark Rutte, alla testa della Nato. Cosa fare con la difesa europea? Ecco l’interrogativo magnum, su cui i leader dovranno cominciare a discutere. Il tempo stringe.
Il discorso di Tusk ha toccato le problematiche alle quali l’Europa è chiamata a dare una risposta: difesa e sicurezza. Iniziato e terminato con ragionamenti e incoraggiamenti attorno a una percentuale: 5 per cento del Pil per la sicurezza. Sicurezza, appunto, non difesa, è stato il termine usato da Tusk, proprio in quanto va oltre le spese militari, include quelle per la sicurezza interna, è più politicamente vendibile. Ha lanciato una sfida, un messaggio ai governi: «Alcuni pensano sia esagerato, brutale o malevolo spendere fino al 5 per cento del Pil per la nostra sicurezza, ma chiedetevi cosa possiamo fare per la nostra sicurezza». Ha aggiunto di parlare come premier di un Paese dove già si spende quasi il 5 per cento.
In effetti la Polonia sta facendo un grande sforzo in tema di spese per la sicurezza. Nel 2022 erano poco più del 2 per cento, per poi crescere al 3,3 l’anno successivo. I dati per il 2024 la spingono oltre il 4. Ciò la pone in cima alla classifica Ue, mentre il suo reddito pro-capite non va oltre il 40 per cento di quello della Germania, dove si è speso (2023) l’1,6 per cento del Pil.
La Polonia, si potrebbe obiettare, ha motivi in più di tanti altri Paesi membri per investire nella difesa, basti pensare alla sua frontiera lunga 700 chilometri tra Russia e Bielorussia. Ricordiamoci tuttavia come prima di una frontiera nazionale, sia europea. Così come lo sono le coste del nostro Sud.
Tusk si è spinto sino a menzionare l’esercito europeo. Non ha resistito alla tentazione di una stoccata all’avversario politico Viktor Orban, «Il problema è chi lo comanda. Se fosse Budapest, lo farebbe in modo diverso da Varsavia». Avrebbe sfruttato meglio l’occasione, ma potrà sempre farlo oggi, magari proponendo una cooperazione rafforzata tra quanti disposti a costituirlo, perché naturale sbocco e complemento di maggiori spese per la difesa.
Quello dell’esercito europeo è un problema primigenio, la Ced fu il progetto per realizzarlo, caduto per mano francese nel 1954. Ma il futuro di un’Europa sicura passa anche da un nuovo trattato Ced. In un recente discorso, Kaja Kallas, pur sostenendo l’esigenza di una politica europea della difesa, ha invece negato la necessità di un esercito europeo, sarebbero sufficienti forme di cooperazione. Non ne ha specificato le concrete forme.
European leaders are meeting at a critical moment for European defence.
— Kaja Kallas (@kajakallas) February 3, 2025
My doorstep ahead of the informal EU Leaders' retreat ↓ https://t.co/ZWCNWilCEa
Resta un fatto oggettivo: possiamo pur modernizzare i nostri eserciti, ma non possiamo prescindere da un’unità di comando nel momento in cui fosse necessario difenderci da un attacco, da chiunque provenga.
«Non abbiate paura. Non dobbiamo avere paura a proteggere assieme il nostro spazio condiviso», parole conclusive del messaggio di Tusk. Come dire, le capacità le abbiamo per difendere quanto costruito con fatica in tanti decenni, facciamolo per preservare la nostra prosperità e i nostri valori.
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