Una democrazia sempre più fragile

Il bipolarismo è tornato ai livelli del 2008: si tende a polarizzare ed estremizzare le scelte, trasformando simpatizzanti in ultras
La premier Giorgia Meloni e il ministro dei Trasporti Matteo Salvini - Foto Ansa/Vincenzo Livieri © www.giornaledibrescia.it
La premier Giorgia Meloni e il ministro dei Trasporti Matteo Salvini - Foto Ansa/Vincenzo Livieri © www.giornaledibrescia.it
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Ormai il sistema politico italiano è prigioniero di sé stesso e di alcuni fattori che lo spingono a privilegiare l’apparenza e il marketing elettorale sulla sostanza. Il bipolarismo è ormai tornato ai livelli del 2008, con un sistema nel quale i passaggi di voti fra destra e sinistra sono minimi, mentre la battaglia è all’interno degli schieramenti.

I social media e, in generale, il sistema informativo tendono a polarizzare e ad estremizzare le scelte, trasformando simpatizzanti in ultras. I partiti hanno compreso che, di fronte allo scenario di uno stadio elettorale nel quale gli unici posti occupati sono quelli delle due curve – le fazioni in lotta – mentre le tribune (quelle occupate un tempo dal voto d’opinione, laico e pragmatico, oggi molto affievolito se non scomparso) sono state svuotate dall’astensionismo. Se a votare vanno solo persone convinte e agguerrite, la moderazione e il dialogo non servono. Ecco perché c’è una grande rincorsa a fidelizzare i propri e ad esasperare il conflitto.

Le prese di posizione sono del seguente tenore: «Quelli vogliono asservire la magistratura, il Parlamento e magari ci proveranno pure col Capo dello Stato, infischiandosene tra l’altro dell’Europa e dei principi democratici della divisione dei poteri»; «quelli sono comunisti, vogliono toglierci di mezzo con le toghe rosse, l’università e i giornaloni in mano alla sinistra, sono antitaliani e non rispettano il governo che deve essere il governo di tutti».

Se queste sono le basi – perché sono queste, evitando i toni più duri («fascisti»; «zecche rosse») – si capisce perché ogni tema venga affrontato più con la voglia di imporre la propria visione e di propagandare ogni promessa e ogni atto che con il desiderio di giungere a decisioni condivise per il bene dell’Italia (a proposito: si discute anche su questo, perché chi è a destra dice sempre «Nazione» e chi è a sinistra dice «Paese»).

Sulle accise e sul ritocco delle rendite catastali di chi ha usufruito del bonus 110%, si è assistito ad un balletto fra marce e retromarce, perché si è capito che la tifoseria di destra si infastidisce se sente parlare di nuove imposte («sacrifici» va meglio, purché non li facciano le categorie protette dalla maggioranza) mentre all’opposizione ci si straccia le vesti per nuove tasse mascherate e perché la sanità riceve meno fondi di quanto sarebbe necessario (anche se, dalla sciagurata riforma del Titolo V voluta proprio dal centrosinistra in un momento di follia, la sanità ha ricevuto in termini reali sempre meno ed è costantemente peggiorata sotto tutti i governi).

Così l’immigrazione: da una parte si stigmatizza il baccano per una dozzina di persone portate (e riportate indietro subito dalla «magistratura cattiva») in un costoso alloggiamento albanese (tutto quanto fa marketing elettorale), dall’altra si grida alla deportazione; da una parte ci si indigna perché i giudici applicano le norme europee, dall’altra però ci si rivolge alla Corte dei conti per fare una battaglia politica contro le spese dell’«enclave» italiana in Albania. Da una parte si fanno leggi che istituiscono «reati universali» (che nessuno andrà a perseguire fuori dai nostri confini) o si chiede ai medici di andare oltre (se non contro) la propria deontologia denunciando i pazienti che ricorrono alla maternità surrogata, dall’altra si va avanti a colpi di referendum e di ricorsi alla Corte costituzionale su tutto.

Elly Schlein e Giuseppe Conte, leader di Pd e Movimento 5 Stelle - Foto Ansa/Angelo Carconi © www.giornaledibrescia.it
Elly Schlein e Giuseppe Conte, leader di Pd e Movimento 5 Stelle - Foto Ansa/Angelo Carconi © www.giornaledibrescia.it

Una maggioranza nella quale si mette sotto il tappeto ogni dissidio (come quello sull’Ucraina, sempre sopito a forza ma mai spento, fra Lega da una parte e FI-FdI dall’altra) e un’opposizione che litiga su tutto ma usa le consultazioni popolari e si fa scudo delle organizzazioni sindacali per dare un’idea di unità e di contrapposizione al governo. In questo quadro, l’elettore non tifoso (o «d’opinione») non va a votare perché è disgustato. Così resta una piccola quota di voto di scambio (fisiologica, in Italia) e una gran massa di voto d’appartenenza (ma non più a un partito: a una curva di ultras di coalizione che si suddivide in gruppetti in lotta fra loro per la supremazia). In tutto questo, il Quirinale naviga come nocchiero in gran tempesta (almeno Mattarella c’è, per fortuna), mentre la democrazia italiana appare ogni giorno più fragile.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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